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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

A pestar neve in primavera

Sajunché al tramonto
Max Sajunché al tramonto
Ci sono periodi in cui il desiderio di tornare a battere sentieri e a respirare la montagna l'ha vinta su qualsiasi ragionevole considerazione di opportunità, di economicità, di energie residue a disposizione. Così si parte (nemmeno troppo presto) una piovosa domenica mattina di una primavera ancora troppo acerba, direzione Valgrande. Senza una meta definita ma con la speranza ferma che sicuramente va al bello. Nemmeno quando, ancora in autostrada, goccioloni sempre più pesanti battono la carrozzeria la speranza si placa.

Chi non sa dove andare difficilmente arriva nel posto giusto: così è anche per noi, persi tra le strette strade tortuose prive di parapetto che arrampicano i fianchi scoscesi della Valgrande esterna. D'improvviso tra la nebbia densa e i pochi goccioloni superstiti, si apre uno spettacolo irreale: bancarelle di abbigliamento, dolciumi, radioline da Tutto Il Calcio, tendoni da mercato che circondano una casa di cura assalita da degenti e parenti in visita domenicale. Compassione umana a parte, uno spettacolo deprimente per chi, partito alla ricerca dell'imprevisto, si trova calato nella più scontata domenica italiona.

Non resta che traversare, osservando dai finestrini lo spettacolo di varia umanità e procedere sperando che - prima o poi - la nebbia si apra su qualche vetta Himalayana ancora inesplorata. Qualche ulteriore chilometro di carrozzabile ci regala il nostro piccolo Campo Base, dal quale si snoda una mulattiere evidente ricoperta da uno spesso strato di neve.

Lo scorno di essersi trovati nel caos domenicale più scontato, il tepore dell'abitacolo e un agriturismo segnalato poco lontano, congiurano contro di noi, fiaccando le ultime velleità escursionistiche. Ma come tornare lunedì al lavoro con il sospetto di non aver assecondato il desiderio di seguire la bellezza della montagna? Perché un desiderio, per rimanere tale e per crescere, ha bisogno di abbracciare -almeno ogni tanto - l'oggetto desiderato. Così, con l'estrema violenza di cui si è capaci in questi casi, ci muoviamo: i passi sulle chiazze di neve sempre più estese ci riscaldano e ci rinfrancano. E in breve ci troviamo a tracciare orme sempre più profonde e affaticate nella neve primaverile.

L'atmosfera attorno è una coltre silenziosa di nebbia, interrotta solo dalle considerazioni mie e di Massimo sulla vita dell'ultimo periodo. Di tanto in tanto ci infervoriamo talmente che il fiato non basta a farci avanzare nella neve e a sostenere il racconto appassionato. Siamo costretti a fermarci e a tagliare la nebbia con i nostri discorsi; cerchiamo comunque di essere il meno indiscreti possibile e la neve, ora profonda, ci aiuta assorbendo gli eccessi di volume. Birba, l'husky più piccolo del mondo, ci trotterella attorno. A differenza di noi sta in assoluto silenzio.

In un ambiente insieme inospitale e accogliente scorrono racconti e propositi che la montagna d'intorno ascolta e conferma.

I fiocchi di neve s'infittiscono, ma sono in verità piccoli cristalli di ghiaccio che poco più in basso si trasformerebbero in goccioloni di pioggia.
Non nevica, "pavella" direbbe il mio amico Vince lui che da Baceno di queste cose se ne intende. Il rumore dei cristalli sul suolo e sulle giacche e il nostro ansimare affaticato sono l'unica compagnia nell'aria opaca di nebbia. Le ombre di alberi e rocce sono sempre più rade e il nostro avanzare sempre più pacato e riflessivo.

Usciamo finalmente. Scolliniamo, e ci rendiamo conto di non avere la più pallida idea di dove ci troviamo. Da qualche parte vicino alla Valgrande, certo; ma chissà dove. Chi sa se la crestona nebbiosa che seguiamo porta da qualche parte, verso qualche luogo che per lo meno abbia un nome. Perché domani tornando al lavoro si possa dire - ieri sono stato a .., siamo arrivato fino a... - boh. Che importa in fondo: siamo contenti e riconoscenti dell'incanto regalatoci, in un luogo - quale che sia - bello.

Ci fermiamo nel bel mezzo della cresta, nemmeno particolarmente stanchi, ma paghi della bellezza goduta anche oggi. Mangiamo tempestati dalla pavella e sferzati dal vento. Uno sguardo grato al Buon Dio, due bocconi e poche parole al riparo di un alberello; ansiosi di riprendere la discesa per i crinali innevati, entusiasti di tornare a cercar la bellezza della vita "normale".



Mangia

Mangia, 01/04/2000