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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Bar Alpino

In montagna un bar non è mai "un" bar.
E' un trading post, e le penne che puoi vedere non sono degli indiani, ma degli alpini ...

Monte Rosa dall'Alpe Colla, Valle Anzasca
Gnando Monte Rosa dall'Alpe Colla, Valle Anzasca
Chiamare "Alpino" un bar vuol dire rischiare di confonderlo con mille altri, sparpagliati su e giù per le montagne, nei paesini e nelle frazioni di mezza Italia. Ogni volta che scendevo dalla corriera proveniente dal fondovalle, me lo trovavo davanti, la vecchia insegna, i due gradini un po' consumati. Oltre la soglia, nel bel tepore, pavimento a marmettone sempre ben pulito, i tavolini in formica e le sedie in legno scuro. I gestori, gente cordiale e di poche parole, erano mano a mano diventati come amici di famiglia. Ormai si era alla terza generazione di camminatori più o meno esperti che transumavano verso i monti nei fine settimana. Ci si chiedeva reciprocamente notizie di questo o quel nipote, morti e matrimoni, e - ma questo si faceva sottovoce - anche dei piccoli e grandi affari di paese. Era proprio lì che lo zio aveva trattato con il vecchio Bolis per la cà.

L'Alpino era un posto di frontiera, il limes, lo spartiacque tra la civiltà industriosa della pianura e le incognite e gli spazi aperti delle valli interne. Rappresentava l'ultima possibilità di recuperare un po' di pane in caso di dimenticanze, il luogo dove sorseggiare una bibita a prezzi popolari o un the al rhum per placare un mal di stomaco, informazioni per acquisti di tome fatte in casa, gli orari dell'ultima Messa, una stufa gratis a disposizione dove asciugare i pantaloni di velluto fradici in certi mesti ritorni.

Il telefono nero dalla pesantissima cornetta troneggiava incastonato nella parete, sotto l'immancabile trofeo di corna di camoscio, portale a scatti per comunicare arrivi e partenze, imprese alpinistiche formato famiglia e informazioni metereologiche a quelli giù in basso. I cellulari erano ancora relegati nelle fantasie di un futuro molto lontano, roba da fumetti di fantascienza. E, nell'immaginario di un ragazzino come me che si immergeva volentieri nelle avventure di Tex, il bar diveniva un trading-post, l'ultimo punto di scambio prima di affrontare il deserto. Però non ci stavano i Navajos.

Da piccolo pensavo : se si chiama Bar Alpino sarà perché dentro ci sono degli alpini. Elementare, Watson … Alpini, presenze familiari e rassicuranti, il medesimo cappello che racconta di comuni appartenenze al popolo della montagna. Se ne incontri uno col cappello in testa sai che non ti lascerà nei guai, né ti vergognerai a chiedergli una mano nel momento del bisogno. Non son mica villeggianti distratti ed egoisti, di quelli che tagliano i tornanti del sentiero rovinandoti il taglio del fieno.
Poi mi accorsi nel bar qualcuno ce n'era, anche se non portava quasi mai il cappello con la piuma. Ma albergavano anche semplici giocatori di carte, singoli meditabondi davanti ad un bianchino, famiglie con il vestito della festa in attesa della corriera. Forse Alpino c'entrava con le Alpi. Ma il Resegone, meraviglia calcarea con poca gente sopra e d'intorno, beh, aveva poco a che fare con le Alpi eroiche delle grandi imprese, che so, le Gran Jorasses, la Nord dell'Eiger. Ci doveva essere dell'altro.

Arrivò un sabato nel quale, dopo aver tanto promesso, bisogna mantenere. Era molto che non andavo su alla cà. Eran appena passati veloci e tristi i mesi trascorsi ad accudire il babbo, che se ne era andato poche settimane prima, dopo una vita di silenzi e di attenzione per noi e tanti altri. Ma i figli, se mi chiedono di andare in montagna, sanno di fregarmi sul sentimento. E io avevo promesso di portarli a vedere una grotticella vicino ad una sorgente.

Giunto sul bordo del piazzale, sorpresa. L'insegna dell'Alpino non c'era più. La porta chiusa. Verso sera, prima di ridiscendere, suonai dove sapevo per salutare, e per chiedere notizie. Grandi feste ai bambini, spuma nera per tutti, ma in bicchieri di vetro, e poi la domanda che mi aspettavo : .. e il Giulio ? Come sta il Giulio … ? E' da un po' che non si fa vedere da queste parti ..! ".. Eh .." - risposi un po' triste e un po' imbarazzato - "… sapete, il Giulio non c'è più. Se l'è portato via quella malattia …" E restammo in silenzio un poco, senza che nessuno dicesse nulla. L'Eliana si asciugava i lacrimoni col fazzolettone. Il marito, guardava il pavimento, sospirava e non cercava neanche parole che sapeva non necessarie.

Fu in quella compassione discreta per le vicende della mia vita che mi accorsi che il Bar Alpino non poteva essere esser stato una mera insegna sulla strada, una delle tante licenze per vendere alcolici e superalcolici, o un posto tra i tanti dove si va a bere in compagnia. Era un piccolo mondo, che faceva parte della mia piccola storia, costruito sulla discrezione e sull'umanità di una allora giovane coppia, nella quale anziché lei scendere al piano per seguire il marito, impiegato in una delle mille aziendine della pianura, come accadeva allora per quasi tutte le giovani del paese, lui era salito su da lei, ed c'era rimasto, pur di starle vicino per tutta la vita. Dopo più di trent'anni di onorato servizio l'Alpino non c'è più. Ma a suonare a quella porta sul retro, so di poter entrare a salutare l'Eliana e il Bolis, angeli custodi di taglia forte. Mi faranno sempre accomodare nella sala un poco vuota. Ma dove il pavimento è sempre lustro, e la vecchia stufa pronta a ripartire.




Marco Simi

Marco Simi, 26/10/2001