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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Pareti Nord

Al corso di alpinismo del Cai di Monza (nell'autunno del 1972) la lezione di ghiaccio era naturalmente prevista, ma si risolse in un nulla di fatto.

Al cospetto del Bianco
Pedalopoco Al cospetto del Bianco
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L'epoca era un po' anomala (in pochi si avventurano su una nord ai primi di ottobre), ma, come ci avevano detto gli istruttori, così avremmo di certo trovato ghiaccio vivo e la lezione avrebbe avuto più valore. In realtà non riuscimmo nemmeno a raggiungere il rifugio Porro (la meta era la facile nord del Pizzo Cassandra, nel gruppo del Disgrazia).

A Chiareggio arrivammo che già volgeva al brutto; nevicò tutta notte e al mattino tornammo a Lecco per recuperare la giornata sui torrioni della Grigna. Per me e Adriano quel ritorno fu tragicomico: il vento era riuscito a far scendere un vetro della vecchia Seicento che Don Ambrogio ci aveva prestato e la macchina si era riempita di neve. Arrivammo a Lecco completamente gelati e quel giorno, almeno per me, arrampicare non fu il massimo.

Per alcuni anni piccozza e ramponi mi servirono poco: qualche via normale o poco più, qualche salita in inverno lungo i canali innevati della Grignetta. Poi finalmente venne la volta di una nord, di una vera parete ghiacciata, quella del Ciarforon, non troppo difficile e assai frequentata per la sua vicinanza al rifugio Vittorio Emanuele. La decisione di salirla è stata certo la meno meditata tra tutte quelle che ho preso. Un venerdì sera mi telefona Bruno, un amico con cui non avevo mai arrampicato, e mi invita ad andare con lui e altri amici, tutti appena usciti da un corso di alpinismo, a salire quella parete per la via classica. Al momento gli rispondo di no, poi ci ripenso e lo richiamo per dirgli che sarei stato della partita. Passerò il resto della serata a cercare un martello da ghiaccio (non l'avevo ancora comprato) e a convincere Adriano, con cui facevo cordata pressoché fissa da otto anni, perché venisse anche lui. Solo dopo mezzanotte è tutto sistemato e il giorno dopo siamo in viaggio alla volta della Valsavarenche.

Eravamo su di giri e un po' in confusione perché l'appuntamento con quella salita, tacitamente sognato forse da tempo, stava per divenire realtà, così riuscimmo anche a sbagliare il percorso sull'autostrada e a perdere un sacco di tempo. Quando arriviamo a Pont facciamo persino fatica a parcheggiare la macchina e intanto osserviamo la variopinta processione degli alpinisti che sta salendo verso il rifugio. Capiamo subito che la cuccetta è persa; di fatto perderemo anche i materassi e le coperte di riserva e passeremo la notte sul nudo pavimento della sala da pranzo, insieme a un sacco di altra gente, senza chiudere occhio a causa del caldo soffocante e degli sgradevoli profumi che, a folate, giungevano dalla cucina. Oggi pare che i regolamenti non permettano più queste cose. Una volta invece era normale e non so quante notti ho passato in questo modo assurdo, rimediandoci ogni volta dei mal di testa feroci che per fortuna l'aria frizzante del mattino riusciva a farmi passare.

Accadde così anche quella volta, quando, ai primi chiarori del giorno, iniziammo a risalire la morena e poi il ghiacciaio verso la nostra montagna. Affrontammo la parete nel modo più facile, andando a prendere le tracce profonde delle numerose cordate che ci precedevano. L'esperienza che io e Adriano avevamo alle spalle non era certo gran cosa: alcune vie normali, anche molto belle (al Monte Bianco dall'Aiguille de Gouter, al Gran Paradiso, al Disgrazia e al Bernina), e due facili salite altrettanto belle ma assai meno note (le avevamo percorse in perfetta solitudine): la traversata Galisia-Bousson-Basei dalla Valle dell'Orco e la cresta nord della Becca Rayette in Valpelline.

Confrontata con quelle salite, quella su cui eravamo impegnati sembrava richiedere attenzione e sicurezza; mentre le altre cordate ci sorpassavano veloci, noi salivamo di tiro in tiro, facendo le nostre brave sicure sulla piccozza saldamente piantata nella neve dura. Il canalino all'altezza del seracco ci propose la sorpresa di una ventina di metri di ghiaccio vivo: grazie al martello da ghiaccio e ai piccoli gradini scavati da chi ci precedeva ne uscimmo dignitosamente e ci lanciammo, con lo spirito ormai alle stelle, lungo l'ultimo e più ripido tratto della parete, quello più bello, che adduce alla vasta calotta della cima. Anche se la vetta del Ciarforon non è delle più esaltanti (nella sua guida, Chabod dice che può manovrarci un intero battaglione), arrivarci fu bellissimo. Come si dice: eravamo tutti quanti stanchi ma soddisfatti. La nostra prima vera parete nord era nel sacco!

Nella storia di tutti gli alpinisti forti, dopo la gioia della prima salita scatta un meccanismo che spinge ad impegnarsi su vie di difficoltà sempre maggiore. Che io non appartengo alla categoria degli alpinisti forti si vede anche da questo: in me quel meccanismo non è scattato. Dopo la salita al Ciarforon ho continuato a percorrere itinerari di media difficoltà, magari anche più facili di quello appena superato: le nord della Tsanteleina e della Becca di Monciair, per esempio, le creste della Grande Aiguille Rousse e dell'Aiguille de Rochefort, la traversata, peraltro un po' avventurosa, delle Aiguilles de Trélatête.

In realtà la difficoltà in se stessa non mi ha mai veramente interessato; in montagna ho spesso cercato soddisfazioni più intime e più complesse, quelle che possono derivare, ad esempio, dalla salita di vie un po' appartate, poco conosciute, in ambienti solitari e fuori dal solito giro delle classiche da non perdere. Certo, anche a me ha dato e dà piacere il fatto di affrontare e superare itinerari di difficoltà più elevata: in ognuno di noi c'è una dose di amor proprio e di orgoglio che chiede di essere soddisfatta. Così come è bello, quando ci si trova tra alpinisti, parlare di salite conosciute e poter dire di averle fatte, di aver trovato certe condizioni, di averci impiegato, magari, poche ore rispetto alla norma.

Eppure mi pare più profondo il piacere di poter dire a se stessi: "ho percorso quell'itinerario che avevo immaginato possibile, di cui ho cercato notizie sulle fittissime pagine delle guide dei Monti d'Italia o sulle riviste di alpinismo, che a me piaceva nonostante fosse ignorato da tutti perché non ha un nome famoso e altisonante". Allora, certo con un eccesso di presunzione, io e Adriano (col quale ho condiviso tanti anni di amicizia, non solo in cordata, prima che un incidente se lo portasse via mentre scendeva dal Becco di Valsoera) chiamavamo "alpinismo di ricerca" quel nostro modo di vivere la montagna; adesso non do più nomi altisonanti alle cose che faccio, ma quello spirito è ancora in me e mi piace vagare in mezzo a montagne povere e dimenticate, dormendo in bivacchi o rifugi isolati, spesso nella più beata solitudine.

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In quegli anni una salita di questo tipo fu quella sulla parete nord della Cima di Piazzi, in alta Valtellina. L'idea di salirla era nata dentro di me, dai miei ricordi, e non dalla lettura di uno di quei volumi di salite scelte che, pur essendo comodissimi (li compro anch'io), corrono il rischio di sostituirsi alla nostra fantasia, indirizzando tutti a ripetere le stesse salite, ignorando ciò che sta intorno o altrove. Quello della Cima di Piazzi era un nome che avevo in testa da tempo, associato al ricordo e alla prima impressione che aveva generato in me apparendomi quasi di sfuggita, resa più alta e maestosa dalle nubi che la circondavano, mentre salivo in macchina da Bormio a Livigno non so più in quale occasione.

Un pomeriggio di luglio ci troviamo così ad arrancare la 127 di Adriano su per la strada sterrata che risale la Val Lia fino alla Malga Borrron; la carrareccia era adatta a jeep e trattori e in certi punti si impennava tanto da rendere problematico il procedere. Tiziano, secondo cui "si va in macchina fin dove si può", mi trascina fuori dalla macchina, incitandomi a spingere e sgolandosi inutilmente per spiegare ad Adriano come regolarsi con acceleratore e freno. Per un po' ingoiamo polvere e gas di scarico, poi Tiziano deve arrendersi all'evidenza e procediamo a piedi, con tutto vantaggio del fisico e, soprattutto, dello spirito che può finalmente lasciarsi andare all'incanto di una giornata stupenda. L'aria è un cristallo purissimo e la Cima di Piazzi svetta bianchissima contro l'azzurro intenso del cielo e sopra il verde smeraldo della pineta.

Non ci sono processioni di alpinisti e quando giungiamo al bivacco, nella luce del tramonto che indora la parete ormai vicina, scopriamo di essere soli. Molto più tardi arriveranno quattro ragazzi, ma sono venuti fin quassù solo per passare una notte un po' diversa dal solito. La montagna è tutta per noi.

Al mattino lasciamo il bivacco solo in due perché Tiziano è stato male durante la notte e non se la sente di affrontare la salita. L'alba è da sogno, con i seracchi che si illuminano a poco a poco di rosa mentre noi cerchiamo di guadagnare la conca del ghiacciaio sotto la parete risalendo le rocce disgregate dello sperone su cui sorge il bivacco. La crepaccia terminale sembra non volerci causare grossi problemi, ma la neve che la chiude è poco consistente e Adriano deve farsi leggero leggero per superarla senza sfondare. Sul tiro successivo, procedendo più deciso perché convinto di essere fuori da ogni pericolo, mi ritroverò immerso nella neve fino alla cintola, con le gambe che penzolano in un crepaccio.

Andiamo avanti con cautela, finché non giungiamo su un terreno decisamente sicuro. Ora dobbiamo affrontare il tratto più impegnativo della salita: lo scivolo ghiacciato tra il grande seracco a sinistra e quelli meno imponenti a destra della via. Per la prima volta dobbiamo attrezzare due soste piantando i chiodi da ghiaccio e scavando un gradino con la piccozza. Il sole non si fa ancora vedere e il freddo intenso ci morde i piedi: ci sentiamo davvero su una parete nord. Ma le difficoltà finiscono presto e lo scivolo finale, come una candida scala verso il cielo, ci offre una salita bellissima. Il sole disegna fantastici arcobaleni tra le nubi leggere che accarezzano correndo la montagna; i cristalli di neve diffondono intorno i colori dell'iride; lontano, molto più in basso, si stende il verde tappeto della valle. In cima ci abbracciamo felici, mentre per un attimo le nubi ci avvolgono nel loro gioco di infinite variazioni.

Nei due anni successivi combinammo pochissimo, almeno in fatto di salite su ghiaccio. Poi, improvviso, scattò in me e nei miei amici quel meccanismo naturale che forse stava solo covando sotto la cenere: volevamo salire qualche grande parete davvero, bella e magari carica di storia. Carlo era il più determinato. Non perdeva occasione per ribadire il concetto: dovevamo porci degli obiettivi e realizzarli, senza fare come negli anni precedenti, quando le chiacchiere dell'inverno stentavano a tradursi in realtà durante l'estate. Eravamo tutti d'accordo: l'estate del 1984 sarebbe stata davvero l'estate delle grandi nord.

A incrinare l'entusiasmo che ci animava si presentò un maggio inclemente e piovoso: fu un maggio storico, che avrebbe battuto il record dei ventun giorni di pioggia detenuto, fino ad allora, dal maggio del 1905. In alta montagna nevicava copiosamente e a metà giugno i rifugi più alti erano ancora chiusi. Le telefonate con cui cercavamo di informarci sulle condizioni delle pareti erano tutte scoraggianti: neve molle, è meglio aspettare. Intanto si assottigliava anche il nostro gruppetto di amici: Adelio avrebbe trascorso il mese di luglio in una campagna di rilievi per la tesi di laurea in geologia; Tiziano era passato ad una nuova teoria ("in macchina fino a venti minuti dall'attacco") adatta alle falesie di fondovalle, ma incompatibile con le grandi montagne occidentali; Adriano si romperà malamente un dito della mano sulla via Taveggia al Medale. La grande stagione sembrava dover morire ancor prima di nascere, ma non sarà così: all'inizio di luglio, io e Carlo imbrocchiamo la combinazione giusta, un fine settimana di bel tempo e una montagna in buone condizioni, e possiamo partire. La nostra meta è la parete nord della Ciamarella.

Anche questa montagna aveva lasciato in me un ricordo particolare: diversi anni prima avevamo salito la sua via normale e, sbucando sulla cresta sommitale, eravamo rimasti fortemente impressionati dalla progressione di una cordata francese lungo quel muro bianchissimo, che allora ci pareva incredibilmente ripido. Ora l'esperienza aveva ridimensionato quell'impressione e le pareti ghiacciate ci erano divenute più familiari. La voglia di salire quella parete poteva riaffiorare dentro di me con la certezza di divenire un'esperienza concreta e possibile.

Anche la nostra attrezzatura era migliorata. Quattro anni prima, sulla nord del Ciarforon, io e Adriano sembravamo usciti da un libro di storia dell'alpinismo. La piccozza aveva il manico di legno e, soprattutto, una becca lunga e perfettamente diritta; il martello da ghiaccio che avevamo rimediato all'ultimo momento era ancora dei primi modelli; i ramponi avevano sì dodici punte, ma le due anteriori, molto corte, erano inclinate in avanti per cui, comodissime per il terreno misto, nella progressione frontale finivano per rimbalzare contro la superficie del ghiaccio. Da allora avevo cambiato praticamente tutto, sostituendo anche il martello con un più efficace martello-piccozza, e così, anche da questo punto di vista, mi sentivo più sicuro.

Devo dire che poi, anche se sono passati ancora parecchi anni, non abbiamo cambiato più nulla, nonostante l'evoluzione della tecnica e dei materiali. Adesso però non mi sento più un marziano: anche se ormai dilagano piccozze cortissime, dalle forme sempre più ardite, con le becche a banana o tubolari, credo che su certe vie siano un'esagerazione. Ho letto da qualche parte che salire sulle vie classiche con due attrezzi, in piolet-traction, è come salire in artificiale una via di media difficoltà. Salire quelle stesse vie con l'attrezzatura per il ghiaccio verticale cos'è allora? Nelle ultime salite ho cercato di lasciare appeso allo zaino il martello-piccozza, di recuperare qualcosa del vecchio stile. Forse è più giusto così.

Quella che ci vedeva impegnati a risalire il Vallone di Sea verso il Bivacco Soardi era davvero una bella giornata di luglio: il vallone è solitario e selvaggio, cosparso di grandi massi precipitati dalle ripide pareti che si alzano dal fondovalle con le grandi placconate che proprio in quegli anni vedevano uno straordinario sviluppo dell'arrampicata su falesia. Si guadagna quota molto lentamente, camminando lungo un bel sentiero ora a destra ora a sinistra del torrente.

Al bivacco arriviamo infreddoliti dal vento e con la triste sorpresa di ritrovarci in quattordici con sei posti sulle brandine: in due decidono di proseguire per bivaccare nei sacchi a pelo più vicino alla base della parete, altri due hanno la tendina, ma in dieci dovremo arrangiarci alla meglio. Prendendo il discorso alla larga, incomincio a raccontare un episodio analogo di qualche anno prima, quando ci eravamo sistemati in undici nel Bivaccoi Regondi al Mont Gelé dormendo anche in due per branda. Il silenzio che segue l'implicita proposta è eloquentissimo. Gli ultimi devono adattarsi a dormire sul pavimento e i primi non rinunciano assolutamente al diritto che hanno guadagnato sui sei posti letto a disposizione. Le cose non sarebbero andate nemmeno malissimo se ad un certo punto un pimpante cinquantenne solitario non avesse bussato alla porta del bivacco, scusandosi per l'ora, ma reclamando tacitamente il suo diritto a non morire assiderato di fuori: sarà impossibile chiudere occhio, ma per fortuna dobbiamo attendere solo fino alle due.

Le pareti in genere e quelle di ghiaccio in particolare generano una diversa impressione a seconda della prospettiva in cui le si guarda. La vista frontale dal basso è la più impressionante, perché anche un pendio di 50° appare come una muraglia ripidissima e ributtante; visti lateralmente, gli stessi 50° si dimostrano molto più mansueti; dall'alto sono affascinanti, ma prima bisogna averli superati. A noi che sbuchiamo sul pianoro superiore del ghiacciaio Tonini, nella luce un po' grigia che precede l'alba, la parete nord della Ciamarella si presenta proprio di fronte e per di più con molto ghiaccio scoperto. Io e Carlo proviamo un momento di emozione profonda, ma poi puntiamo decisi all'attacco: in fondo è proprio una parete così, ripida e ghiacciata, che siamo venuti a cercare fin qui, non un lenzuolo di neve molle dove affondare tutto lo scarpone come invece ci era capitato le ultime volte. Tutti gli altri, a parte una cordata che ha già attaccato il pendio, sarà stato per il ghiaccio o per l'impressione di quella vista frontale, tornano sui propri passi, ripiegando sulla facile Punta Tonini.

La salita è veramente bella. Dopo aver superato senza problemi la crepaccia terminale e un primo tiro sul ghiaccio, incontriamo neve dura e consistente; mentre il sole incomincia ad accarezzare la superficie ghiacciata, saliamo veloci, di conserva, prestando solo attenzione alle folate di vento, ancora molto forte, che ci costringono talvolta ad appiattirci contro la neve per non perdere l'equilibrio. In alto, dove la via si impenna fino a 60°, incontriamo di nuovo il ghiaccio. Siamo entusiasti: per quattro interminabili lunghezze di corda saliamo sulle punte dei ramponi, mordendo la superficie luccicante della parete con i nostri attrezzi.

Questo genere di salita può sembrare monotono perché, di fatto, si tratta di ripetere continuamente i medesimi gesti; in verità, a parte il fatto cha la variabilità della materia glaciale può intervenire da sola a spezzare l'identità assoluta dei movimenti, costringendo l'alpinista ad adeguarsi ai mutamenti intervenuti, più che di monotonia io parlerei di ritmo, di un ritmo lento e cadenzato, diverso certamente da quello di una salita su roccia, ma dotato di un suo fascino particolare. A me piace, quando tutto intorno è tranquillo, lasciarmi catturare da quel ritmo costante che favorisce l'immersione in se stessi e lascia emergere dall'interiorità sensazioni fisiche e psichiche che la vita di ogni giorno spesso comprime: perché sulla parete io credo che le nostre sensazioni e le nostre emozioni vivano una vita propria, più profonda e più vera, come se potessero dilatarsi e manifestarsi con più libertà nella loro dimensione più autentica.

Il richiamo alla realtà più normale è garantito dalla fatica: dopo un po' i polpacci fanno male e devi fermarti almeno un secondo per farli riposare; alla fine del tiro bisogna attrezzare la sosta, scavare in gradino nel ghiaccio, che quando è vivo è anche duro; su una parete nord il freddo è di casa e quando si mette a fare sul serio ti morde i piedi e le mani, ti scuote di brividi il corpo.

Sulla cima arriviamo soprattutto abbastanza stanchi perché la salita ci aveva impegnati di più di quelle che avevamo alle spalle; non possiamo abbandonarci alla gioia o a slanci contemplativi: la discesa fino al bivacco e poi fino al paese è ancora lunga. La soddisfazione arriva a poco a poco, quando la macchina sta già scivolando sull'autostrada e la mente ritorna all'esperienza vissuta. Questo pare essere considerato il lato negativo dell'alpinismo classico e ad esso viene contrapposto un modo di vivere la montagna che non crei alcuna dissociazione tra momento dell'azione e soddisfazione.

La critica prende di mira soprattutto certe manifestazioni estreme dell'alpinismo classico e la salita della nord della Ciamarella, come le altre che ho percorso prima e dopo, non può certo essere rubricata da queste, però qualcosa mi ha insegnato. Intanto la fatica e la sofferenza sono manifestazioni del nostro essere umano al pari della gioia e del piacere e come tali hanno qualcosa da dirci su noi stessi; inoltre non è affatto detto che il piacere consista sempre e solo nell'immediato piacere: è facile constatare che talvolta ci sono cose che, costituendo per noi un'aspirazione importante, ci trovano disponibili a qualche sacrificio nel presente per poterle ottenere successivamente.

In realtà non esiste una risposta valida sempre e per tutti: la risposta autentica è dentro ognuno di noi, nella libertà delle sue scelte, nella sua capacità di viverle e di comunicarle senza costruire barriere o percorsi obbligati, senza voler dare definizioni assolute di cosa sia o di cosa non sia questa straordinaria attività che chiamiamo alpinismo. (fine prima parte)

(tratto da montagnavissuta.it per gentile concessione dell'amico Achille)



Achille

Achille, 05/01/2003