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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Valgrande

Semplicemente Wilderness

Civetta Ceppo
Canta Civetta Ceppo
Normalmente siamo abituati ad ANDARE in un posto, con la supponenza di chi sa di poter tornare sui suoi passi in qualsiasi momento. Così spesso avviene anche in montagna. Quasi che lo spazio in cui siamo immersi fosse al servizio del nostro capriccio, funzionale al nostro volere, pronto per essere abbandonato alla prima difficoltà, o comunque alla fine del divertimento.
La Valgrande no. In Valgrande non SI VA. In Valgrande SI ENTRA. E non è scontato uscirne.

Non è solo una questione di difficoltà o di pericolo. E' proprio l'esperienza diversa di chi si avventura in uno spazio assolutamente nuovo e - in fondo - privo di paragone con qualsiasi altro ambiente.

Per questo chi ci è stato è solito indicare da dove è entrato e da dove è uscito. I due punti entro i quali si svolge quella magnifica avventura che porta il nome di Valgrande.

Qui è ancora possibile toccare la fibra delle caratteristiche più profonde del cuore: la fatica, la paura, la fame, l'abbandono; ma anche la gratitudine, lo stupore per la scoperta, la sensazione di inadeguatezza allo spazio, e al contempo di riconoscenza per il fatto di esserci; e di essere lì.

E' un po' un viaggio nel tempo: nella storia del popolo che l'ha abitata (come avranno fatto ad arrivare fino a qui, e a costruirvi..?), e assieme nella storia di ciascuno. Si ritorna alla radice profonda del proprio essere, senza le difese dello stordimento quotidiano.
Intendiamoci, non che questa possibilità sia garantita: è una sfida da accettare, e molti di quelli che in Valgrande vanno, la rifuggono. Bisogna stare al silenzio, all'attenzione, alla riflessione che essa impone. Accettare la sua sfida richiede stoffa e disposizione a farsi mettere in crisi; come sempre la montagna. Anche qui non mancano (anzi ce n'è sempre più...) i macinatori di dislivello, e gli elenchi di prestazioni su due gambe. Non li si può mica tenere fuori, ma li si può fuggire - come la peste - quando li si incontra: qui lo spazio non manca, per fortuna.

Il tempo in Valgrande si dilata. Diventa estenuante quando è misura della fatica e della distanza dalla meta, che non si sa dov'è, tantomeno se e quando ci si arriverà. E' sempre bene avere almeno un giorno in più da spendere: delle scadenze ineluttabili questo universo a parte non sa che farsene.
Lo stesso tempo calmo, lungo, sempre uguale, è però anche compagno delle serate di sguardi fissi di malinconia o allegri, illuminati dal fuoco o immersi nel buio freddo; comunque carichi di ricordo.

Gli spazi e i luoghi, vuoti di uomini, sono però pieni dei loro racconti. Dai passi le valli sembrano incunearsi senza fine, assolutamente inospitali e ostili. Se però si accetta - non senza un brivido lungo la schiena - di tuffarvisi dentro, svelano l'inimmaginabile. Interi alpeggi diroccati dove non si fatica a figurarsi la vita intensa che vi si svolgeva solo una cinquantina d'anni fa. Buschitt, l'Alpe di Vald o l'Alpe Serena. L'ordine è chiaro: la stalla e di rimpetto l'abitazione col braciere, le pareti più ampie rivolte a sud per godere di tutta l'energia del sole. I muri grezzi ma robusti e saldi. Tutt'intorno lo spazio sicuro del pascolo, il bosco per la legna e l'acqua poco lontano. Di tanto in tanto, in verità, pare di sentire qualche voce o di cogliere con la coda dell'occhio qualche ombra muoversi tra le costruzioni. Ma tutto lascia immediatamente spazio a un senso misto di malinconia e di morte.

Quando cominciammo ad attraversarla avemmo modo di parlare con i vecchi che dall'Ossola o dalla Val Vigezzo, per ultimi, avevano caricato le alpi interne. Maledicono la vita dura della Valgrande un po' come si maledice un amico scontroso ma caro. Alla fine non si capisce se prevale il sollievo di non dover più vivere così o il rimpianto per non poterlo più fare. Ti lasciano sempre, però, con un richiamo, nemmeno troppo velato: non credere di essere venuto qui a fare ciò che vuoi della Valgrande. In un batter di ciglia ti può tradire, comportati come ospite rispettoso.
Sempre quando metto il primo passo in Valgrande mi sovviene il monito severo e affettuoso e mi si impone il grande rispetto per chi in questi luoghi ha lottato per la vita.


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