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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Piccolo racconto dalla Pietra Grande

Ci sono poche cose in grado di ridare dignità e consapevolezza nel vivere ad una persona. Per questo,quando mi sentivo proprio a terra e poco consapevole dei miei errori, lo zio mi trovò un lavoro. In montagna. A fare i conti con la realtà.

Segno
Fu Segno
In casa mia ci sono sempre stati molti libri.
Libri sparsi ovunque: negli scaffali, sotto le svariate scrivanie, di fianco al letto, nei cassetti.
E molti di questi libri parlano di montagna.
Ma fino ad ora ne avevo letti davvero pochi.

Mi limitavo ad assaporare quei rari fine settimana in cui mamma e papà lasciavano me e mia sorella a Milano dai nonni, che puntualmente ci portavano a fare qualche bella camminata... con la promessa di un bel pezzo di cioccolata (cioccolata buona s'intende, quella di una certa marca che solo la nonna poteva conoscere) arrivati in cima.

E così fin da piccola avevo imparato ad apprezzare le castagne che il nonno prometteva di raccogliere lassù, verso quella chiesetta tanto bella. Castagne che però non si trovavano mai, e che - seppi dopo la sua morte - spargeva da un sacchetto per farcele trovare.

E apprezzavo i torrenti, la malga di Ritorto, il Vallesinella dove tante volte con tutta la famiglia (nonni, zii e cugini) ci trovavamo per grandi ritrovi. Mai solenni o ufficiali. Solo a riprendere davanti a un buon piatto di polenta gli eventi di un anno passato ognuno nelle rispettive città.
Ma di questo mi ero dimenticata.
Mi ero dimenticata perfino dell'aria fresca e pungente del mattino in montagna.

Quest'anno sono stata bocciata.
Così, un po' per riordinarmi le idee, un po' per punizione, i miei genitori mi hanno mandato a lavorare un mese.
E così sono arrivata al Grostè, 2480 metri.
Salendo con la cabinovia pensavo che sarebbe stata dura sola lassù, ma ce l'avrei fatta. Quel cielo torbido di nuvole, gli abeti, i cirrocumuli che avvolgevano il rifugio quando arrivai me ne davano la certezza. Ma appena entrai i miei pensieri di persone squisite, riservate; insomma, la mia idea di gente di montagna come erano i nonni (e come mio padre) si dissolse.
Le bestemmie all'ordine del giorno, così come l'ossessiva idea del guadagno (non me ne vogliano i proprietari, se mai dovessero leggere) e del lavoro. L'altra ragazza il giorno stesso mi piantò in asso, troppo stufa di quell'ambiente. Ero proprio sola.

La mattina mi alzavo un po’ prima per guardare il sole che di scorcio colpiva la Pietra Grande e che , all'improvviso, faceva cadere i suoi raggi in su, verso la Presanella, e poi più a sinistra, illuminando i ghiacci dell'Adamello.
Mentre stiravo ogni tanto guardavo fuori dalla finestra, ma molto meno poeticamente, solo per controllare quanta gente saliva con la cabinovia, quanta si sarebbe diretta al Tuckett, quanta al Vidi, quanta al Benini. E quanta a mangiare da noi.

A pranzo, servendo i tavoli, scrutavo ogni persona seduta, e di ciascuna immaginavo la storia, o la intuivo.
Ecco la guida alpina che tutti i mercoledì passava da noi, dopo aver fatto le Bocchette (una via ferrata, se non vado errando). Si sedeva al primo tavolo e l'appetito non gli mancava mai. Però sempre e solo un orzetto alla trentina con un po’ di speck, sempre trentino. E un mezzo di vino rosso. Silenzioso. Si guardava intorno e ogni tanto fissava lo sguardo su di me. Ricordo quel mercoledì. Pioveva. In sala c'erano soltanto quattro milanesi e lui. Capivo che mi stava osservando e la cosa mi divertiva, più che infastidirmi. Finalmente si decise a chiedermi da dove venivo. Quando gli risposi di non essere di lì, lui sorrise e si rimise a mangiare la zuppa d'orzo. Ci rimasi male. Mi ricordava molto mio nonno, avrei voluto chiacchierare con lui, ma capii che non era il caso. Meglio il silenzio.

Ecco i tanti tedeschi, inglesi e americani dalle larghe mance. Anche con loro meglio il silenzio. Per via della lingua s'intende!

Tutto il giorno così, servendo persone che probabilmente mai più vedrò. Ma il pomeriggio, ah quello era benedetto da Dio.
Finito il lavoro e lo studio, verso le 18.30, appena prima di cena, andavo a farmi delle passeggiate seguendo il 316, il sentiero per il Tuckett. Non c'era tutto il rumore della mattina.
La cabinovia era ferma. Grandi nebbie per lo più, ma anche grandi silenzi.

La montagna si sa, parla di Dio.
Ne ho la prova.
Non credo di aver mai visto niente di così tremendamente bello.
La Bellezza, signori, non è certo sempre a portata di mano. Ma in quei giorni io l'avevo lì.
Mi alzavo la mattina e aprendo la finestra pensavo che se anche ci fosse stata tanta gente a pranzo,alla sera quelle rocce, quella nebbia,il gracchiare dei corvi... tutto sarebbe stato solo per me.
E questo mi rendeva incredibilmente contenta.

L'altro ieri ho finito di lavorare. Già ricatapultata nella routine quotidiana della vita di città, con gli esami che si avvicinano ogni giorno sempre di più, il ricordo di quelle pietre bianche, delle rocce bagnate dalla pioggia e della pozzanghera che bagna il cartello che indica la discesa per il Graffer è meno pungente. Ma c'è. Silenzioso, perchè di quelle mie passeggiate non ho detto nulla a nessuno, se non al papà.
Ve lo volevo raccontare, perchè so che amate la montagna.
Perchè so che potete capire. Perchè so che se il papà scrive della montagna e di se stesso a qualcuno... bè, di quel qualcuno si fida e ha stima. Silenziosamente.



Maria Acqua

Maria Acqua, 02/09/2002