thuler.net
Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Nel cuore d’Italia, tre amici indimenticabili

Escursione al Gran Sasso

Giardino immenso il Pelmo
Fu Giardino immenso il Pelmo
E’ il centro dell’Italia, il suo cuore, il suo battito.

Decidiamo di andare in Abruzzo perché io e Giacomo non avevamo mai visitato l’Appennino, veramente io avevo già visto qualcosa dei Monti Sibillini, ma non con lo spirito giusto.

Insolito trovarti in una campagna collinare, con i filari di vite, le piante d’ulivo dalle braccia sofferenti tese verso l’alto, i campi di frumento falciati, il giallo intenso dei girasoli ed appena sopra una catena rocciosa che supera i 2.900 metri.
I boschi di querce, prevalentemente cerri e roverelle, le faggete che ricoprono intere montagne, l’abete bianco che controlla dall’alto che tutto proceda per il meglio (chi ha letto Corona capirà).
Diversi ambienti uniti in un unico splendore.

Dal lato aquilano un altipiano immenso, dove l’altitudine media è di Mt.1.800 s.l.m. che si estende per circa 27 km in lunghezza e 8 km in larghezza, formato da prati verdi e colline fiorite, qua e là qualche gregge: da Campo Imperatore il Tibet non è poi così lontano; qui ti senti veramente libero in una natura selvaggia, quasi irreale al giorno d’oggi e forse anche il fatto di esserci a fine giugno rende tutto più incontaminato.
Di fronte tutta la catena del Gran Sasso, dove spiccano le vette più importanti, il più famoso e frequentato Corno Grande (Mt.2.912), il Monte Prena (Mt.2.561) ed il Monte Camicia (Mt.2.564).

Per la prima escursione scegliamo il Monte Camicia. La mattina di martedì è poco soleggiata e verso le 8,00 siamo al piazzale di partenza. C’è un’altra auto. Il nostro manualetto, scritto diligentemente da Stefano Ardito, ci spiega che ci vorranno circa 2 h. e 45’ per giungere alla vetta ed io penso: “Bene! Non è così lungo!”

Notiamo subito vicino all’auto tre cani, di taglia media, che si avvicinano mansueti.
Ci prepariamo e ci incamminiamo e loro ci seguono.
Uno è un segugio, un altro, dal pelo marrone chiaro, è un incrocio con un cane da caccia, l’ultimo, bianco, è un incrocio con un maremmano e sembra un cane da pastore.
Il primo tratto è sotto i rami di un’abetaia, ed i tre animali si rincorrono tra un tronco e l’altro.

Usciti dalla frescura, ci inerpichiamo per un bel sentiero tra fiori meravigliosi ed entrambi iniziamo a pensare che i nostri tre accompagnatori forse ora torneranno indietro, probabilmente il loro padrone li starà cercando.
Loro invece continuano a precederci, come se volessero indicarci la giusta via da percorrere, vanno avanti e tornano indietro, escono dal sentiero, ci aspettano, addirittura quello bianco si mette attaccato ai miei piedi e segue ogni mio passo! Che simpatici questi tre, saranno abituati ad accompagnare gli escursionisti, vanno come schegge.
Ogni tanto gli diamo dell’acqua perché mostrano spesso la loro lunga lingua a penzoloni, poi, finita la bevuta sfrecciano alla ricerca di qualche insetto da stuzzicare.
Ad un certo punto li sentiamo abbaiare e li vediamo dirigersi verso la parete nord, dove si dice ci siano i camosci, le famose rupicapre del Parco che si sono ormai spogliate completamente dal loro manto invernale e si sono stabilite per l’estate sui versanti ripidissimi e rocciosi del Camicia.
Tornano.

Proseguiamo mentre il cielo si annuvola e proprio prima che la vetta si copra, ecco un’aquila roteare sospesa, senza un battito d’ala per poi sparire nel grigiore di una nube.

Il percorso è in un tappeto di stelle alpine, più piccole e più basse delle cugine delle Alpi, papaveri montani, violette, genziane ed infinite specie che non so riconoscere.
Si giunge così ad una sella, dietro la quale si apre uno scenario impressionante: la parete nord del Camicia fa paura, è un susseguirsi di guglie che si inabissano verso il vuoto e, dopo il precedente paradiso floreale, fa rimanere un po’ col fiato sospeso.

Quei tre pazzi continuano a sporgersi ed io li chiamo perché temo che gli scivoli una zampa. Che stupida, dovrei piuttosto pensare alle mie di zampe!
La cosa incredibile è che rispondono ai miei richiami, è come se fossi io la loro “padrona”.

Adoro i cani e gli animali in genere, ma per ragioni di spazio non posso proprio permettermene uno e così sogno una piccola casetta con un immenso giardino per farlo scorrazzare.
Essere lì, solo noi due con questi tre docili cani, mi sembra impossibile.
Una sensazione splendida.
Quello bianco soprattutto ci è sempre vicino e ci guarda con occhi amorevoli, si fa coccolare e sembra ci ringrazi.

Sono quasi 2 ore che si cammina ed inizia un faticoso ghiaione, questa volta i cani ci stanno vicini e ci guardano come chiedessero: “Ma quanto manca?”.

Finalmente la vetta, una piccola croce di ferro con quattro sassi per sorreggerla.
Lo spettacolo è a 360° nonostante i nuvoloni minacciosi.
Ci riposiamo un attimo, i cani si sdraiano attorno a noi e, senza dire nulla, io e Giacomo ci capiamo con lo sguardo. Che bell’esperienza! Tante camminate, tante salite, in compagnia di cari amici umani, meravigliose, ma mai fatte in compagnia di tre amici così particolari.

Meglio scendere, raccogliamo gli zaini e facciamo un cenno ai tre che, ancora sdraiati ci guardano increduli. “Ancora?!?!?”
”Dai andiamo che qui non ci sono ripari e se arriva il temporale siamo fregati”.
Durante la discesa vengono attirati ancora da qualcosa e corrono infuriati verso un costone.
Non si vedono più, si sentono solo abbaiare.
Poi il silenzio.
Anche se sono un po’ preoccupata, penso: “Ma sì, è la loro valle la conosceranno come le loro ‘tasche’, li saluteremo al parcheggio”.

Tornano dopo più di mezz’ora, ansimanti, uno dopo l’altro, per primo quello bianco.
Si rimettono due davanti ed uno dietro a noi, fino al parcheggio.
Qui inizio realmente a preoccuparmi.
Non c’è più nessuno, nemmeno l’auto di prima ed inizia a piovere.
Lassù c’è un ristorante andiamo a chiedere.

Il gestore ci dice che i cani li hanno lasciati lì da domenica, due giorni prima, ma non si sa di chi siano.
Ci sentiamo crollare il mondo addosso, mio Dio sono abbandonati! O forse sono scappati da qualche gregge? La disperazione ci assale.
Magari sono affamati e pur di trovare qualcuno che li accudisca, ci hanno seguiti per tutta l’escursione; ora grandina e con noi sotto alla tettoia si riparano, aspettando un nostro cenno.
Gli prendiamo un po’ da mangiare ma dobbiamo aspettare che smetta di grandinare per allontanarci dal ristorante, il proprietario non vuole che li sfamiamo lì vicino perché teme che rimangano poi lì da lui. L’angoscia ci affligge, cosa facciamo adesso?

Dopo un’oretta di ghiaccio cadente, il freddo si fa sentire, ma mai come il gelo che iniziamo a sentire nei nostri cuori.
Torniamo al parcheggio e lì vicino troviamo una baracca.
Decidiamo vigliaccamente, nostro malgrado, di distrarli col cibo per poi scappare in macchina, ma loro sono troppo veloci ad azzannare il pane e noi troppo tristi per quello che stiamo per fare che andiamo lenti come lumache.

Due rimangono alla baracca, quello bianco ci segue, non riesce ancora a capire, io inizio a piangere, Giacomo cazzo vai, vai, non voltarti, ma non riusciamo a non guardarlo, lui inizia a correre più che può, poi si ferma, triste, impietrito.
Non scorderò mai più questa scena.

Sono stati abbandonati per la seconda volta.
Non c’è cosa peggiore di vedere un tuo amico implorarti di aiutarlo e non poter fare nulla.
Forse potevamo farli salire in macchina (!?! Polo VW) e portarli da qualche parte ma…si sarebbero illusi. Forse chiedere aiuto al Parco? Avrebbero rischiato il canile, erano cani allenati, rinchiusi in un metro quadro sarebbero morti. Niente, non ci fermiamo.

Il pianto ci ha tenuto compagnia fino alla nostra stanza ed il giorno è proseguito nella tristezza.
Non è necessario amare i cani per comprendere la situazione, basta saper amare e nient’altro.
Basta saper capire il buio della solitudine e dell’abbandono.
Ho dovuto scriverlo, raccontarlo a voce sarebbe stato impossibile, le lacrime me lo avrebbero impedito.



pedro

pedro, 12/07/2002