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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Amore in Val Maira: tutto nacque da una bevuta…

Questo è il mio caso: il rapporto tra me e la montagna è cominciato così.

non so come si chiami ma è meraviglioso
Giomo non so come si chiami ma è meraviglioso
Quella sera in quella sperduta e malconcia casermetta di montagna sulle Alpi Occidentali a detta del Maggiore ci eravamo comportati molto male: i “cordialini”
sapientemente nascosti negli zaini ed il vino rosso offertoci da quei rudi ma assai
ospitali montanari, mischiati all’irruenza dei vent’anni, avevano contribuito a trasformare quello spaccio ricavato in una vecchia stalla per muli in una delle peggiori osterie portuali.

La fortuna in casi come questo non mi era mai stata amica ed assieme ad altri cinque compagni di sventura ero stato colto in flagrante all’apice di un ennesimo brindisi fatto nessuno sa né per cosa, né per chi , comunque immancabile compagno in quelle serate di caserma in cui ognuno con la complicità di Bacco si sente spronato a raccontare fatti di vita vissuta, storie di ragazze e di avventure gonfiate al limite dell’inverosimile.

Lo spaccio, o meglio l’ex stalla, si era svuotata in un fuggi fuggi generale in cui si udiva solamente il sordo tonfo degli scarponi vibram battere violentemente sul selciato e le bestemmie lanciate dai due spaccisti che si vedevano ormai costretti a procedere da soli alle pulizie del locale che un branco di energumeni aveva reso irriconoscibile.

La nottata trascorse velocissima ed il mattino ci colse intirizziti ed infreddoliti all’interno di quei sacchi a pelo che da qualche giorno ormai ci vedevamo costretti ad usare vista l’assenza dei materassi e soprattutto delle finestre con i relativi infissi e vetri.

Ci trascinammo con un mal di testa martellante ed una sete implacabile sullo spiazzo dell’ alzabandiera in cui faceva bella mostra un gladio di epoca fascista ed una data avente come anno il 1940, a testimonianza che i battaglioni Alpini nei quali i nostri nonni avevano combattuto sul fronte Occidentale contro i francesi erano passati anche da lì.

Consci di essere riusciti a scampare indenni alla retata della sera prima, ritti sull’attenti, ci beccammo il cazziatone dell’infuriato Maggiore, il quale ci ricordava che non potevano perciò più essere tollerati episodi come quelli della sera precedente, e mi svegliai di colpo dal torpore post sbornia quando sentii nominare il mio nome certamente non per essere proposto per una medaglia al valore, ma quale componente del gruppo puniti che avrebbe dovuto montare un campo di osservazione nei pressi del Col Maurin in alta Val Maira.

Nel pieno rispetto dell’ormai leggendaria regola di naja “pronti alle 9 partenza alle 8” partimmo all’istante da Prazzo, ritrovai tutti o quasi i compagni di merende sul cassone di un camion ACM che ci vedeva stipati uno accanto all’altro come nei peggiori film di guerra al termine di un rastrellamento; questa volta però il mezzo che seguiva il nostro non trasportava un plotone di esecuzione bensì un carico di materiali da campo di ogni genere e tipo tra i quali gli immancabili strumenti che ci sarebbero stati utili per i nostri lavori di concetto: badili e zappe.

Superato l’abitato di Acceglio ci dirigemmo verso Chiappera ultimo presidio umano della valle dominato con tutta la sua imponenza e maestosità dalla Rocca Provenzale, al di sotto della quale la strada asfaltata si interrompeva per cedere posto ad una vecchia mulattiera militare che tra severi contrafforti si inerpicava nel vallone del Maurin.

Fu evidente subito a tutti che l’osservatorio di tiro non sarebbe stato allestito in prossimità dell’osteria del villaggio, visto che anche quello che si portava ancora appresso i residui di sonnolenza aveva realizzato fin troppo bene che la Compagnia di Mortaisti da 120 mm non avrebbe sparato dal sagrato della bellissima chiesetta.

Giusto il tempo di bere un’ultima sorsata d’acqua dalla borraccia e la nostra permanenza sul cassone venne interrotta dallo stridere dei chiavistelli arrugginiti della sbarra posteriore: era ora di scendere e cominciare a scaricare i materiali. Un paio di urla ben assestate da parte di un sergente e di un maresciallo ci fecero capire che la cosa più conveniente era cominciare a darsi da fare e così facemmo.

Fu una giornata durissima e nonostante si fosse in novembre ci vide lavorare in maglietta per il tanto affanno e per il sole cristallino che accompagnava le nostre fatiche. Ricordo i giochi di luce che i raggi creavano con le spumeggianti acque delle cascate di Stroppia, un fiume d’argento andava ad infrangersi decine di metri più in basso sulle rocce sottostanti.

Immersi nella bellissima cornice delle Alpi Cozie una squadra di ragazzi lavorava duramente per lavare col sudore le colpe commesse la sera precedente, niente schiamazzi nessun rumore molesto soltanto lo scricchiolio dei sassi sotto gli scarponi accompagnato da una leggera brezza autunnale che quasi per misericordia era venuta ad alleviare la nostra calura.

Probabilmente quel giorno immerso tra i colori paglierini e rossastri dell’autunno fu uno dei momenti della naja che ricordo più volentieri, e se fino a pochi giorni prima molti di noi ragionavano e si comportavano ancora secondo la famosa legge egoistica del niente per niente, quel giorno su quell’alpeggio cambiammo tutti il nostro modo di pensare: il ragazzino esile e pallido che non ce la faceva a spostar sassi e casse veniva aiutato da chi era più forte di lui senza che quest’ultimo chiedesse qualcosa in cambio; chi aveva terminato la propria mansione aiutava chi non aveva ancora finito la sua; insomma diventammo veri Alpini.

All’imbrunire mentre la squadra scendeva al piano nella semi-oscurità e vedevi qua e là i bagliori delle meritate sigarette accendersi nella penombra, alzai lo sguardo e vidi le frastagliate cime scagliarsi contro il cielo di fuoco, lì capii di avere un feeling con la montagna e lì compresi che il mio rapporto con essa non avrebbe potuto limitarsi solamente ad una sciata in una chiassosa stazione sciistica o in una semplice mangiata in un rifugio, ma sarei dovuto andare al cuore di essa, perché solo in momenti come questi riesci a udire e a comprendere la sua voce.

Da quel giorno ormai è passato qualche anno, e pensando a ritroso benedico il modo di essermi comportato quella sera allo spaccio perché di primo acchito ciò che mi aveva procurato una severa punizione mi ha permesso poi di entrare in possesso di una chiave, la chiave di accesso ad un mondo sublime ed etereo che tutt’ora mi affascina incommensurabilmente e che mi permette di stare bene con me stesso ogni volta che vi entro.



Alpino Massimo

Alpino Massimo, 02/04/2002