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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Valgrande: apriamo il dibattito

Una testimonianza sconcertante

Alla vecchia maniera
Fu Alla vecchia maniera
Riceviamo la testimonianza di un amico: un racconto sconvolgente di due giorni trascorsi in Valgrande. Forse è ora di aprire un dibattito... attendiamo reazioni.


Caro Mangia, non mi disturbi affatto, anzi.

Stavo giusto cercando il momento buono per farti rapporto sui "Valgrande Days", risultati decisamente meno piacevoli dei Thuler Days, dal momento che le cose non sono propriamente andate come speravamo. Ma ecco la cronaca.

Venerdì scorso, a metà giornata, dopo aver lasciato le auto in Val Loana, partiamo da Ponte Casletto. Siamo in sei, cinque uomini e una donna, tutti piuttosto esperti e allenati.

L'idea, come anche da tuo consiglio, è quella di pernottare al bivacco di Orfalecchio, per poi affrontare nella giornata di sabato il tratto più impegnativo fino a In la Piana e da lì, domenica, uscire in tutta tranquillità a Scaredi. Così partiamo, con un tempo né bello né brutto.

Il percorso mi appare subito molto più degradato rispetto ad un anno fa. Una passerella lungo una cengia è crollata, qualcuno ha rimediato con un tronco viscido da atraversare incrociando le dita (vedi foto). E via così, tra buchi sul sentiero, tratti franati e pietre ballerine, aiutandosi con i classici cavetti schiodati, fil di ferro e fili elettrici attaccati con lo sputo. In uno di questi passaggini, la prima sfiga.

Il Comandante (così chiamato per la sua più che trentennale esperienza d'escursionista tosto) scivola, atterra di schiena (benedetto l'effetto airbag dello zaino) e rotola per una ventina di metri sotto i nostri sguardi agghiacciati, prima di riuscire a fermarsi e a darci una voce. Fissata un'assicurazione, uno di noi si cala, lo raggiunge e lo recupera. Malgrado il volo, non si è fatto granché: un po' di graffi e una bella strizza. Esorcizziamo il tutto con sane risate liberatorie e continuiamo, più lentamente, fino ad Orfalecchio, dove troviamo due allegri pescatori, di quelli che: - Da qui a In la Piana? Quattro ore...quattro ore e mezza...- (sì, ciao...)

Cena allegra, nel bivacco.
Fuori, comincia a piovere e pioverà per tutta la notte.

Al mattino, partenza. Non piove più, ma il tempo non promette niente di buono.
Dopo solo un'ora e mezza di cammino, il sentiero comincia a farsi desiderare, sparendo all'improvviso su rocce verdi di muschio e passaggi bagnati improponibili a chiunque possa dirsi sano di mente. Perdiamo un sacco di tempo, l'Arca è ancora lontana e il cielo è sempre più grigio. Breve consiglio di guerra: pur a malincuore, decidiamo di rinunciare e di tornare indietro sui nostri passi. Amen. Sarà per un'altra volta.

Scendendo da Orfalecchio al torrente, seconda sfiga. Stavolta tocca a me. In un valloncello, dove il sentiero è mezzo franato, c'è un saltino da fare. Mi attacco a una roccia sporgente dalla terra e mi dò lo slancio. Peccato che la roccia (un quintaletto abbondante) decida di staccarsi insieme ad altre e rotolare giù con me. Perdonami la frase fatta, ma in quel momento ho creduto davvero che fosse finita. Sentivo gli altri gridare, aspettandomi una botta decisiva, più forte di quelle che stavo prendendo. Per fortuna, non è arrivata. Infatti, dopo i classici attimi/secoli, mi sono ritrovato fermo e stranamente vivo. ma con la sensazione di essere stato investito da una macchina.

Danni: botte varie, stinchi sanguinanti, un piede messo male e il mento che urla per un cazzottone di pietra. Sputazzando sangue mi rimetto in piedi. I denti sono a posto. Dopo una sosta e una ripulita al torrente, riprendiamo. Malgrado l'apparente tranquillità, il gruppo ha accusato psicologicamente il colpo. Siamo tutti più silenziosi, e anche più incerti. E adesso comincia a piovere forte. Comincia il conto alla rovescia dei passaggi stronzi ancora da fare. Si scivola che è un piacere.

Ad un guado, terza sfiga. Ancora il Comandante. Scivola su una roccia e picchia la fronte, tagliandosi. Basta, cazzo. Sembra la ritirata di Russia. Io che zoppico e sputo sangue, lui con la testa fasciata, gli altri zitti zitti, sotto un'acqua che non vuole smettere. Per farla breve, non si aggiungono altri incidenti.

Finalmente siamo di nuovo a Ponte Casletto, con le macchine in Val Loana, ma questo è un altro problema. Dopo una ricucita alla mia bocca e alla zucca del Comandante, al pronto soccorso di Pallanza, una serie di passaggi ci consente di riprenderle.

Questo è tutto. Non credo che ci riproverò, a meno che qualche buona anima volonterosa (ma chi?) non decida un giorno di dare una sistemata ad un percorso che ha ormai superato i limiti della ragionevolezza, dove il fattore rischio raggiunge livelli impensabili, non solo paragonato ad altri itinerari escursionistici, ma anche ad arrampicate di una certa difficoltà.

E qui si potrebbe aprire un forum: wilderness sì, ma a che prezzo? Meglio fare come i lecchesi, che piazzano catene, scalette e gradini come se piovesse, o meglio un bel cartello a Ponte Casletto: "Cazzi vostri"? Io non so ancora rispondermi, mentre con la lingua gioco con i punti e penso che, nella sfiga, ci è andata di stralusso.

Dimmi la tua. A presto.



Paolo

Paolo, 01/06/2000