thuler.net
Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Nelle Gorges du Verdon

Un’avventura tra le rocce sconvolte
e le lingue confuse

Fu
Tarascon an Provence, estate 1994.


Nella quiete ombrosa del campeggio di questa città, che ha dato i natali a Tartarino, il famoso spaccone, mi è venuta voglia di raccontare un’avventura di montagna.

Un’avventura sì, ma non è inventata come quelle del fantasioso eroe di qui; luoghi, fatti e personaggi sono proprio veri.

Beh, forse li ho coloriti un tantino, ma sono veri.




La madame blonde.


Le gole del Verdon, l’orrido, il canyon… proprio qui, nella dolce Provenza, c’è una regione montuosa che le guide turistiche descrivono con colori da Camel Trophy. Ecco l’obiettivo segreto delle mie vacanze estive!


Un paio di giorni in Costa Azzurra, per arrostire moglie e figlie sulla bella spiaggia di Cavalaire ed eccoci qui a Moustiers-Ste-Marie. Il tempo di piantare la tenda e vado subito nel centro di questo bel paesino, sovrastato da strapiombanti rocce calcaree e dalla sua buona stella appesa tra i monti. Ho fretta di raccogliere informazioni sulla possibilità di scendere il famoso Canyon con la mia canoa.

Ma a chi rivolgersi qui, "in mezzo all’estero"? Inizio dall’edicola, sbirciando le mille e costose pubblicazioni per amatori della natura estrema e del pericolo. Tutte mostrano acque tranquille in un ambiente da favola. Io sono quasi deluso, troppo facile, ma le immagini servono a tranquillizzare mia moglie Lidia che cominciava a sospettare. Devo tenerla buona, anche perché avrò bisogno della sua collaborazione come autista per risalire il fiume.

L’indomani, per tacitare le ultime perplessità femminili, andiamo assieme all’ufficio turistico. Ho al fianco l’interprete ufficiale, mia figlia Elena, tre anni di francese alle medie. Lei ha pure l’incarico, da parte della madre, di spiegare che papà no expert, principiant, dilectant, insomma, che può andare solo se la cosa è tres facìle.


Non serviranno tali umilianti chiarimenti alla gentile signora, seduta tra locandine, poster ed esche varie per danarosi vacanzieri. Appena sente dire Verdon e kayak da solo, tutta agitata e col linguaggio buono per i turisti d’ogni provenienza, snocciola una serie terrificante di very difficult, molto dangerous, tres periculo, only pazzoides e, aiutandosi con le mani, minaccia: 5°, 6° grade! Il peggio per un canoista. La capisce anche Lidia che aspetta fuori.

Resto impietrito, non me l’aspettavo, ma inizio subito a pensare a qualche altra possibilità… ma sì, le raftìng, sembra suggerire il depliant sul bancone! La famosa discesa delle rapide sul gommone, per me può andare ed anche Lidia è contenta, almeno non sarò da solo.

-Pour le raftìng- dice la signora, rasserenata dall’odore di probabili introiti per i suoi compaesani, bisogna andare al Centro Commerciale da una madame blonde, quelle qui vent le vestit, magliett, clothes, al reparto abbigliamento insomma.


Ecco come quella diabolica donna è riuscita a cacciarmi in quest’avventura ed a scucirmi cinquecento dei miei attaccatissimi franchi.

Mi presento, sempre accompagnato dall’interprete, nonché spia dei servizi segreti materni, e vengo a sapere che il raftìng no, ne pa possible, petit eau (c’è troppa poca acqua). Ma si può fare le flottìng.

- Le che cosa?! –

Ah, sì, l’altro depliant, quello con quegli esseri galleggianti a pancia in su, tra le onde cristalline, con l’aria beata. Mi puzza.

La stagionata bionda platino m’illustra suadente un programma per domani, domenica, 15-20 persone, con guida, 200 FF (franchi francesi).

Poco persuaso, dico a mia figlia di spiegare che non voglio una cosa troppo facile. Lei inizia ad annaspare tra i suoi vaghi ricordi scolastici, ma io intervengo, deciso e sbrigativo: -Je no turist, je adventure!-

Gli occhi di quella s’illuminano: -Ah, adventure, oui…- e prende un altro programma, -sauvage (selvaggio), fantastìc, le maxìme!- in breve, quattro persone, lunedì, -avec Willy, le mellieur- 500 franchi.

Elena, perspicace, tenta il salvataggio -Il (lui) principiant, dilectant, pancett… papà truà filles petit petit…-

Ma quella, squadrandomi intenditrice: -No, no, bon fisìc, courageus, oui, adventure, uì, uì, uì…- E via cinguettando.

Insomma, 250 d’anticipo e ripassare domenica sera per vedere se lei è riuscita a trovare gli altri tre. Mi allontano un po’ stordito.


Trascorro due giorni di tensione ed incertezza.

Per Lidia flòtting è una brutta cosa, che un buon marito non dovrebbe fare, tanto meno a pagamento e mi guarda di traverso, le figlie reclamano il mare.

Nella notte dal cielo si scarica un nubifragio che ingrossa tutti i fiumi della regione. Quasi quasi mi convinco che è meglio se tutto va a monte e così domenica sera, sul presto, eccomi dalla blonde. Sono deciso a non accettare scuse, o rinvii, a riprendermi l’anticipo e a partire l’indomani per la Camargue paludosa e sicura.

Invece lei, appena mi vede, sorride radiosa: -Pour demain, sé bon!- e non ammette repliche.




Presentazioni.


Sveglia alle sei, dopo un sonno agitato da incubi catastrofici.

Come da istruzioni, faccio un’abbondante colazione (nell’acqua gelida c’è il rischio d’ipotermia): caffè, latte, una mezza baguette con tre etti di mortadelle de Boulogne, dodicimila chilocalorie.

Con esagerato anticipo mi trovo sul luogo convenuto, su al paese di La Palud, vicino all’orlo più alto dell’orrido.

Lì c’è un casolare malandato in un prato sotto la strada, è inconfondibile perché tutto attorno, tra la lavanda e le sterpaglie, sull’erba o su fili, sono stese decine di tute da sub piuttosto malconce. Ammucchiati alla rinfusa presso la porta giacciono numerosi maglioni consunti, del tipo raccolta per i ciechi e vari stivaletti di gomma e stoffa che mostrano, in più punti, i segni inequivocabili del morso del coccodrillo, o di qualcosa del genere.

Resti di un’armata Brancaleone dopo l’incontro coi turchi.

Tutto attorno regna il silenzio.

Se l’anticipo non fosse stato così alto, questo sarebbe il momento opportuno per una ritirata strategica.


Ma ecco, rumori all’interno e poi, chi ti esce dal tugurio, allegra e fresca come una rosa? La madame blonde che dorme qui!

-Oh, adventure, ah, ah, ah, uì, uì, uì!- scambiamo alcuni convenevoli in una lingua trovaticcia e lei se ne va a vendere clothes e strane imprese. Lascia sul tavolo di pietra un biglietto, pour Willy, con solo tre nomi, quasi una sentenza:


PIERLUIGI BELLAVITE Italien 250 FF


EVE KHOK Allemande 250 FF


JEAN PAUL NONSOCHI Belgique 500 FF


Resto a guardare la lista, preoccupato.

Una donna sarebbe rassicurante e forse divertente, se non avesse quel nome sinistro da tetesca ti cermania ed un belga… beh, ho già avuto modo di conoscere cosa pensano gli olandesi razzisti circa l’acume mentale di loro vicini. Il fatto che questo abbia già versato tutta la quota per quest’impresa, non torna a smentita di quei pregiudizi.

Non ho il tempo per fantasticare tanto, perché dal sentiero giunge l’eco di passi atletici.

Un omone grande e grosso precede una stangona neanche male, bionda e pimpante. Non sapendo ancora con chi ho a che fare, m’affogo in un’orribile macedonia di franco-anglo-tedesco. -We mit mir wird in the gorges kommen?- Cioè, più o meno -Voi verrete con me nel canyon?-

Ma lui, con uno strano sorriso e portandosi eloquentemente la mano al petto -Ich nein, nur Eve- lui no, solo Eva, lui vorrebbe, ma non può, poverino, soffre di cuore. Agghiacciante!


Intanto più in alto, sulla strada, vediamo un uomo che saluta una donna col trasporto romantico di un addio per sempre. Poi lei se ne va con l’auto e lui resta lì, in slip e con un sacchetto della spesa in mano, incerto. E’ abbronzato, sui trentacinque, bon fisìc, pancetta peggio della mia, un’altra vittima di madame blonde.

Ci vede e s’incammina.


Prima che lui scenda giunge però, tagliando per i prati su una mountain bike cigolante, un colosso umano in costume dell’alta Provenza. Willy, non c’è dubbio, spalle da canoing, profilo da legione straniera: le mellieur, otto e trenta precise!


Ci presentiamo col nome e con le uniche credenziali che contano, le lingue parlate.

-Eve, allemand, englisch no good, francoise-.

-Jean Paul, vallone, englisch, espagnol.-

Io, per non sfigurare, elenco il mio italian very good, deutsch so so (così così), francoise m’arrange, englisch a little (un poco).

Willy, che ha preso il mio " a little" come un "fin da piccolo", parte in quarta e m’investe con una valanga di suoni che mi stende.

Visto che anche gli altri sgranano gli occhi interrogativi, lui passa al linguaggio usato nelle gite premio per handicappati e tenta anche la battuta da copione: -I’m Willy, ma, se occorre, chiamatemi pure Help, o Glu-Glu, rispondo lo stesso.-

Eva annuisce tutta seria e Jean Paul impallidisce lievemente sotto l’abbronzatura: una faccia da buono adatta a circostanze diverse.

Io decido che, se il Duce la mette così, è meglio prenderla veramente sul ridere ed affidarsi alla buona sorte.


I preparativi sono piuttosto laboriosi. Tutte le nostre cose, tranne gli slip, vanno in una borsa che resterà alla base, i cibi portati per il pranzo vengono imballati in alcune scatolette stagne ed infilati in zaini che dovrebbero essere ermetici.

Intanto Willy valuta le nostre taglie con aria di sufficienza e, borbottando -Small! Large! Extra large!-, sceglie gli indumenti e ce li getta da provare. -Put on, put out!- Maglione di lana grezza, tuta da sub integrale, altra tuta, larga e rossa tipo pompieri, stivaletti sdruciti, casco e zainaccio. Quest’ultimo è simile ad un basto ed ha una camera che va gonfiata per renderlo galleggiante.


Eva, spogliatasi con noncuranza, infila e sfila con naturalezza gli indumenti stretti ed elastici, dondolandosi elegante da un piede all’altro. Il belgique ed io ben presto ci troviamo a terra rotolando come vermi da pesca. E’ il primo -Help!-

L’abilità da equilibrista di Eva si spiega quando lei stessa ci rivela di essere una climber, cioè una di quei pazzi che si issano e mani nude sulle rocce a strapiombo, che qui sul Verdon hanno un paradiso di fama mondiale. Nessuno davvero dubita delle sue parole, anzi, vedendola seminuda, possiamo costatare di essere al cospetto di una climber con pedigree di generazioni: certi caratteri, infatti, non si possono acquisire solo con l’allenamento ma è necessario avere anche un patrimonio genetico ben selezionato.

Solo qualche flash: le tette, tette da climber, poco ingombranti, dure ed appuntite come chiodi da roccia.

Il culo, culo da climber, con i muscoli dove meno te li aspetti, forma mutevole secondo lo sforzo, in ogni caso non buona per sedersi o per toccare.

Arti lunghissimi, naso a piccozza, denti sporgenti e lievemente scheggiati dall’uso, dita a moschettone, orecchie a deltaplano.

Per quanto riguarda le uniche parti nascoste alla vista, confesso di aver fantasticato su ganasce tipo freni da bicicletta, atte a bloccare la corda in caso di caduta. Il tutto, comunque, ha un suo fascino ed una sua armonia.


Dopo la prova dei vestiti, lezione teorica, carte topografiche alla mano.

Willy insiste col suo anglo-provenzale da museo del folclore, io rinuncio per primo a capirlo e mi accordo con Eva che mi tradurrà in tedesco le indicazioni della guida. Jean Paul annuisce sempre, qualche volta a sproposito.

Lo Schwarzenegger transalpino evidentemente lavora per passione, oltre che per soldi, ci squadra con simpatia e ci chiede se soffriamo di vertigini e rispondiamo in coro che nooo (nooo!). Ci chiede se siamo coraggiosi e rispondiamo che sìììì (yessss). Allora ci annuncia che, essendo solo in quattro e tutti vaccinati, potremo fare, fuori programma, anche lo Stix e l’Imbut.

-Stix con la x?- chiedo perplesso.

-Yes, infernal river.-

-Hoellischer flusse!- traduce Eva seria seria.

-Ya, verstanden, capito- le dico gentilmente e non faccio domande sull’Imbut.


Alle 9,30 arriva il taxi che ci porta alla partenza, proprio dove la strada passa sul ciglio dell’abisso. L’accordo con l’autista è per le 18,30, al solito posto, all’uscita dalle gole. Rapido conto, sono nove ore tonde tonde laggiù tra lo Stige e l’imbuto. Che dio ce la mandi buona!




In fondo al Canyon.


Scavalchiamo il guardrail e scendiamo dove sembra impossibile, bardati in modo bizzarro, sotto gli occhi esterrefatti degli immancabili turisti, fermi a sbirciare nel baratro.

Il sentiero è una traccia da stambecchi, con passaggi da panico, meglio non guardare giù.

–Non preoccupatevi, se cadete, cinquecento metri sotto c’è l’acqua!-

Più volte ci fermiamo ad aspettare il belgique, sudato come un coscion

-All ok?-

-Good, good…-


La guida è loquace mentre noi taciamo, evitando un’improbabile conversazione.

In poco più di mezz’ora siamo giù meritandoci i complimenti dell’accompagnatore soddisfatto.

Ci troviamo tra due altissime pareti verticali, in riva ad un fiume limpido ed invitante. Ci buttiamo?

No, no. Dobbiamo aspettare la piena, programmata per le 10,30, quando a monte apriranno le chiuse della diga. Mi sembrava tropo bello, ma sì, je adventure!


Non dobbiamo attendere molto, giusto il tempo di prepararci ed un gorgoglio crescente ci annuncia che presto sarà la nostra ora. L’acqua, prima tranquilla, si gonfia rapidamente e si fa minacciosa.

Finalmente Willy si getta in un’ansa riparata dai gorghi ed inizia la lezione pratica.

Si gira a pancia in su, allarga le braccia ed il sorriso e spiega: -Normal position or slipping position!- e fin qui ci siamo, è come sdraiarsi in un letto.

Poi comincia a roteare le braccia: -Two hand and you go straight.- Così si va dritti e va bene.

I problemi cominciano quando cerca di farci capire che, per girare a destra, bisogna remare col braccio sinistro e per andare a sinistra, si deve usare il destro. Io fatico a distinguere la destra dalla sinistra anche in italiano, figurarsi in inglese! Tra left, right e straigh, le confondo anche di nome.

-All light?-

Tutto chiaro non è, ma speriamo in bene.

L’entrata di schiena è obbligatoria, l’ordine di discesa è Willy, Eva, il sottoscritto, il belgique: GO!


Il primo contatto con l’acqua è da fachiri, mille aghi gelati penetrano dai fori della muta malconcia, la mezza baguette si mette di traverso nello stomaco, ci si arrende all’ipotermia, ma infine ci si abitua. Resta aperta all’acqua solo la via della cervicale, una spada di ghiaccio che penetra nella schiena ogni volta che ci si rilassa un po’ nella normal position.

Procediamo per brevi tappe riunendoci nelle anse tranquille. Prima d’ogni tratto Willy ci dà le istruzioni e noi poi lo seguiamo, uno per volta nei tratti difficili o in rapida sequenza (one to one) dove è più semplice.

Ben presto prendiamo confidenza con le acque verdi e gorgoglianti e scherziamo galleggiando come sugheri.

Il fiume però si vendica subito e lo fa prendendosela con Jean Paul. Appena entrato in acqua, lui aveva estratto una furbissima Kodak versione subacquea e si era messo a scattare storiche foto da mostrare un giorno ai nipotini.

Stava cercando l’inquadratura e l’equilibrio dondolando sul dorso, quando un gorgo traditore lo afferra, lo rigira e lo fa piombare a testa in giù in una rapida. Il poveretto riemerge annaspando disperatamente, bianco come un lenzuolo, sputando i polmoni. La Kodak sarà recuperata più a valle ma con le foto abbiamo chiuso.


Presto ci aspetta l’Imbut.

-The big syphon- dice Willy quasi con orgoglio.

-Der grosse Syphone- gli fa eco Eva pedante, grazie ho capito, il grande sifone. Il fiume s’inabissa in una caverna immane e se tu dentro, dead, gestorben, morto in parole povere.

Willy ci dà una lunga spiegazione tecnica sul da farsi. Noi tutti afferriamo almeno la sostanza: -Left, left, strong left- cioè state tutto sulla sinistra, nuotando con tutti i mezzi per non essere trascinati oltre la big rock, la grande roccia.

Lui sarebbe stato là, davanti alla caverna, pronto a gettarci la corda se non fossimo riusciti a fermarci prima.

-I go and call- vado e chiamo.


Va, lui, galleggia sicuro tra i flutti e, dopo una curva, sparisce tra le acque spumeggianti. Attendiamo nervosi la sua call. Finalmente riappare, alto sulla big rock, intento ad armeggiare con la corda da roccia come Pecos Bill col lazo.

Quando è pronto ci fa un segno eloquente, la voce si perde nel fragore.

Eva risponde al richiamo alzando il braccio teso in un truce gesto e si getta con determinazione suicida nella corrente.

Il belga osserva impietrito.

La climber mette in mostra le sue notevoli doti di nuotatrice.

Inutilmente.

-Strong, strong left!- grida Willy sbracciandosi, ma lei passa a mezzo metro dalla roccia e sparisce verso la voragine.

Vediamo il lazo roteare, Willy tendersi nello sforzo e, dopo interminabili istanti, Eva viene tratta in salvo.


Tocca a me. Mi butto senza esitare ma, visto il precedente, non lotto nemmeno, passo ad un metro e mezzo e mi aggrappo come una cozza alla corda provvidenziale. Vengo issato come un tonno.

Nonostante tutto però me la rido, perché penso che così è stato anche per la grande Eva Kohk.


E’ la volta del belgique, anche Willy è teso, ma lui ci sorprende tutti.

Entra nell’acqua, mite come un cristiano nell’arena, facendo presagire il peggio ma, appena si avvicina al rumoreggiare del sifone, sfodera una serie impressionante di bracciate da albatro ferito, che lo portano ad arenarsi tre metri prima della nostra postazione. Applausi.


La gola si fa sempre più stretta e le pareti vertiginose.

L’acqua ha scavato con fantasia la roccia calcarea ed il cielo, lassù, è una stretta fessura azzurra. In alcuni punti il fiume scorre tranquillo e profondo, allora noi ci godiamo la slipping position galleggiando come tartarughe rovesciate sul dorso; in altri punti invece, l’acqua si scatena tra i macigni con rapide, gorghi e cascate. Allora seguiamo Willy come brutti anatroccoli, remigando come pazzi per anticipare i capricci della corrente. Ogni tanto dobbiamo uscire per fare qualche passaggio a piedi ma poi ci rituffiamo a bomba nell’acqua ribollente.


Tra questi frangenti, ciascuno di noi vive il suo momento, da vittima o da eroe. Come al Fisch Jump (Salto del Pesce): è un punto in cui l’acqua si butta con violenza tra due rocce strettissime e poi fa un salto di un paio di metri. Willy, con un sorrisetto mima un tuffo di testa e ci spiega che, per passare, dobbiamo gettaci a capofitto. Detto fatto, per lui.

Eva non fa obiezioni, ma quando tocca a lei, bitte, mi cede l’onore.

Mi getto alla "speraindio" e passo tutto, tutto tranne la borraccia appesa al fianco, che resta incastrata un attimo tra i massi: mezzo avvitamento e clamorosa schienata.

Il recupero è compito di Willy, che m’agguanta per la collottola, mezzo soffocato e stordito.


Per la dignità di una climber, questo è troppo: per una volta Eva fa di testa sua e si butta di piedi.

Anche lei passa tutta, ma non lo zainaccio.

Tra la spuma si vedono gli arti chilometrici cercare appigli nell’aria.

Verrà salvata dal disprezzato vallone che comincia a godere di grande popolarità.


A me invece capita in un tratto liscio liscio dove mi godo un istante di beatitudine e mi distraggo ad ammirare la natura incantevole.

Tutti seguono la guida a right ma uno scherzo del fiume porta me a left, in un’ansa, contro una roccia strapiombante. Vedo l’acqua sparire sotto il bordo e sento le gambe tirate verso il basso, brivido di panico: un piccolo sifone!

Punto i piedi contro la pietra per riprendere il largo ma il fiume mi schiaccia con una forza costante ed implacabile.

Mi sbraccio remigando indietro a tutta, bevo a litri, ma niente, sento le forze esaurirsi. Gli altri, poco più giù, fanno inutili gesti d’incoraggiamento, vedendo le mie bracciate sempre più fiacche. Willy sbircia attorno, per capire da quale risorgiva più a valle avrebbe potuto recuperare le mie spoglie ed il suo zainaccio.

Non so come, ma un gorgo benefico mi riporta, esausto, al centro del fiume.

Chiedo un break.


Le forze insospettate della corrente giocano un brutto tiro anche ad Eva, che resta "incravattata" (si dice proprio così) ad una roccia sporgente al centro del fiume.

Jean Paul ed io le scorriamo accanto, impotenti, vedendola stesa a pelle di leopardo, schiacciata sul sasso. Per una frazione di secondo ho letto nei suoi occhi freddi di climber l’espressione universale che noi italiani rendiamo bene con -e mo’, che faccio?!-

Ma anche questa si risolve e, con alterne fortune, galleggiamo fino all’ultima spiaggia, dove ci stendiamo, ammaccati e stremati ma felici, in un silenzio di tomba.




Già, silenzio di tomba… infatti non parliamo quasi più, a causa di uno strano fenomeno d’involuzione linguistica. Eravamo partiti decisi a mettere alla prova la nostra abilità di comunicazione, in un gruppo che mescolava nel suo piccolo le principali lingue e dialetti europei. Col passare delle ore il nostro linguaggio, invece di affinarsi, è andato degenerando e si è ridotto all’estremo. Le istruzioni di Willy, ad esempio, all’inizio erano prolisse e colorite, alla fine si sono limitate all’osso -left, left, right, straight, strong, putch (spingi) …-


Anche il senso dell’umorismo è decaduto con il livello della conversazione ed i miei tentativi di sdrammatizzare certe situazioni facendo ridere la compagnia, ne sono stati un penoso esempio.

So bene che anche gli italiani stentano a capire le mie battute e, se le capiscono, spesso non ridono affatto ma anche in quest’occasione non sono riuscito a trattenermi.

Avevo iniziato alla grande, in fondo allo Stix, quando abbiamo trovato un enorme rospo, tanto grande che non riusciva più a saltare via. Willy l’ha addirittura accarezzato, subito imitato da Eva, quasi con tenerezza.

-Prova a baciarlo,- le ho detto in buon tedesco - forse diventa un principe!-

Effetto gelo polare. –Kiss du den!!- Bacialo tu.

-Pardon.-



Non demordo e mi adeguo al livello.

Così, dopo l’umiliante ripescaggio all’Imbut, quando Willy, guardandomi divertito, mi ha detto con un italiano da burletta -Bellou?- io, ancora pallido gli ho fatto eco accentuando la sua inflessione -Nou, bellissimou!-

Risate a crepapelle.

Ho attribuito il successo di questa battuta alla tensione del momento ma in seguito molte altre volte qualcuno dirà -Bellou?- e gli altri di rimando -Nou, bellissimou!- e giù a ridere.


E non è tutto.

In un passaggio emozionante il fiume scorre in una specie di galleria, lasciando solo una decina di centimetri d’aria tra l’acqua e la roccia.

Willy non ha saputo consigliarci di meglio che sgonfiare un po’ gli zaini e di passare a pelo, spingendo (push) con le mani sulla volta e trattenendo il respiro.

-Understand?-

La cosa era così evidente, anche senza tante spiegazioni, che io gli ho rifatto il verso mimando con le palme in aria: -Yes, easy, pusch, pusch, pusch…- Immediate risate tipo famiglia Robinson.

Anche questa scenetta sarà ripetuta fino alla nausea, in ogni punto difficile, dopo le serie spiegazioni della guida. –Yes, easy, psch, pusch…-

E così alla fine anche il famoso silenzio di tomba sulla spiaggia, viene rotto ogni tanto da un -Bellou, no, bellissimou!- o da un -Yes, easy, pusch…- e da stanche risatine.


Se questo deve essere l’humor europeo, forse sarebbe meglio tacere del tutto.




Pierluigi

Pierluigi, 15/04/2002