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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Disavventure d'autunno

la montagna comincia dove la terra finisce
Paoletta la montagna comincia dove la terra finisce
Io e il mio amico Climber siamo andati in Val Fontana (SO) per fare un'invernale al rifugio Cederna (2500 m circa).

Alle 9.30 lasciamo la macchina presso il ponte di legno, ovvero mooooolto lontano da dove si lascia di solito, perchè la neve impediva il passaggio.
Scarponi, ghette, zaino in spalla e via, verso la meta!
Passato l'ultimo gruppo di casette il paesaggio ci lascia senza fiato: i pendii coperti di neve, cascate di ghiaccio alte decine di metri le montagne del fondovalle che si alzavano imponenti nel silenzio più fastidioso che io abbia mai sentito, come se fossimo stati del fondo di una grotta.

Alle 12.00 circa pausa per il pranzo, abbiamo mangiato qualcosa, tanto per recuperare un po' di calorie...... e via!
La neve inizia a diventare alta e siamo al fondovalle.

Proseguiamo salendo la valle a sinistra, pantaloni impermeabili giacca pesante e su, il morale è alto, siamo gasati, carichi, il sentiero non si vede, ma noi continuiamo a salire, la memoria non inganna, si passa di la.... sopra quelle rocce c'è un passaggio.
La neve è sempre più alta arriva alle ginocchia, e in alcuni punti, dove è ammassata del vento, arriva alla vita. Sono le 15 e la luce comincia a scappare, e la stanchezza comincia a fare capolino... siamo solo a metà.

Saliamo ancora sperando che la neve diventi dura, invece la neve rimane farinosa e sempre più alta.
Ormai è buio, ma la luna ci rischiara la via, arriviamo a una malga abbandonata, sono le 18, mangiamo pasta e fagioli, calda, nutriente, buona. Manca poco al rifugio, se tutto va bene ancora due ore, massimo tre.
Si riparte, ora va benissimo, siamo ricaricati, caldi, cosa può mancare?

La neve è sempre più alta, ogni passo è un'incognita cosa troverò sotto i piedi?
Le bacchette allungate al massimo sprofondano per l'intera lunghezza, la neve è alta 1.30 m con il corpo ci lanciamo contro di essa per avanzare di qualche centimetro in più e per poter avere spazio per fare un altro passo.
Su per i pendii innevati, pericolo valanghe? Si e no. A tratti si superano i 45° e fa freddo...molto freddo. Non sentiamo più la fatica, ormai è una sfida, tornare indietro è impossibile, bisogna andare avanti, sempre più in alto.
Superiamo gradino rocciosi, pendii ghiacciati e scivolosi.. sono le 20 e noi siamo ancora lontani dalla meta.

Il rifugio dovrebbe essere segnalato da una bandiera, i nostri occhi scrutano le firme arrotondate che ci sovrastano alla ricerca inutile di una bandiera svettante nel buio. NIENTE!!!

Superiamo ancora gradoni di roccia, il rifugio è sopra quel dosso.
Raggiungiamo la cima del dosso e spiamo alla ricerca di un qualcosa che ci possa accogliere. NIENTE!!

Forme familiari, il sentiero dovrebbe passare da quella parte è il rifugio è sicuramente sopra quel dosso, mi sembra di aver visto la bandiera.... ma sono solo scherzi della memoria e della vista.
Saliamo ormai dovremmo esserci, ma siamo stanchi, abbiamo freddo, ogni tanto ho un giramento di testa, mi fermo, aspetto che passi, riparto.
Siamo stanchi, ci alterniamo a stare davanti o dietro per riposare.
Deve essere qui sopra, me lo sento.
Superato il dosso il morale crolla. NIENTE!

Si intravedono solo altri gradoni, altri dossi. Tutti uguali. Tutti dossi alla cui sommità è nascosto un rifugio accogliente, caldo, asciutto.
Il silenzio è rotto da la voce del mio "socio" che dice di aver visto un tetto, eccolo la, è vero, può essere un tetto ricoperto di neve. Ci avviciniamo a quella forma e ci rendiamo conto che è solo un sasso, un lurido e maligno sasso.
Il morale è talmente basso che quasi non esiste più.

Io sto male, mi fa male lo stomaco, non ho più le forze, ho freddo, sono arrabbiato e anche un po' spaventato.
In queste condizioni rimane solo una cosa da fare: dormire nel solco che il vento ha creato attorno al sasso.

Alle 22.30 iniziamo a ritagliare mattoni dalla neve. costruiamo due muretti che ci riparano dal vento. Con le copertine di alluminio costruiamo un tetto e ricopriamo il pavimento ci facciamo un tè caldo e tentiamo di riposare. Il vento ci provoca tentando di impadronirsi del tetto e soffiandoci addosso neve gelida. Decidiamo di usare la copertine del tetto come coperta, ma fa freddo lo stesso sempre più freddo.

Alle 0.30 mi riprendo dal dormiveglia e propongo di fare un altro tè caldo.
Decido anche che è meglio che ognuno si impacchetti nella propria coperta "survival" per evitare spifferi d'aria. Se solo avessimo un sacco a pelo? Solo uno! Anche solo mezzo.

Metto lo zaino sotto la schiena e mi impacchetto nella coperta. Sono fortunato, la mia coperta è spessa e riesce a mantenere la temperatura.
Climber no, la sua coperta è sottile, fragile, nel fare il tetto gli abbiamo fatto dei buchini che ora sono diventato squarci, ha freddo, penso che sia al limite. Ho quasi paura di addormentarmi, ma ho più paura per lui.

Ogni tanto ci svegliamo e ci facciamo un tè a attendiamo l'alba tra il sonno la veglia.

Alle 4 altro tè e siccome non sento più i piedi mi tolgo gli scarponi e le calze ed inizio a massaggiare, indosso un paio di calze asciutte un paio si calze di lana, poi avvolgi il tutto in sacchetti di plastica e indosso di nuovo gli scarponi.
Mi sveglio di nuovo e vedo tutto più chiaro, l'alba.

Mi accorgo che Climber non ha più la copertina, gli è volata via, ma ormai non ha più importanza. Ci prepariamo e iniziamo a scendere sui passi che ci hanno portato fino a quel luogo a 2400 m circa.

Ripercorrendo le tracce riflettiamo, siamo stati incoscienti o abbiamo agito per il nostro bene? Forse le due cose si fondono assieme, comunque penso che la fortuna ci ha assistito.

Sono le 13.30 siamo alla macchina dopo sette ore di cammino, esausti, infreddoliti, ma decisamente vivi.

Volevamo metterci alla prova, ma è stata la montagna a decidere quali prove superare.

Decisamente un'esperienza dura, ma indelebile.




Matteo

Matteo, 01/01/2000