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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Bus della Carlotta

Un racconto delicatamente osé

risveglio all'Alpe Veglia
Paoletta risveglio all'Alpe Veglia
Dalla Capanna Monzesi al passo del Fo' ci si mette poco, il sentiero in salita si infila nel boschetto dopo aver regalato al passatore la vista delle grandi bastionate grigie e gialle, dove generazioni di brianzoli hanno chiodato, sacramentato e sudato. Sul colle ventoso, libero dalla vegetazione, se si gira a destra, si imbocca la traccia che porta subito all'attacco della vecchia ferrata del Centenario, scalette e corde fisse più volte sistemate, in un ambiente aereo, luminoso e quasi dolomitico, via diretta per la vetta del Resegone.

Andavo per i sedici anni, quando mi parlarono di una via ancora più diretta, che dal Passo del Fo' sbucava sui prati alti, però bisognava un po' arrampicare. A diciassette, ricevute sommarie indicazioni dall'amico bene informato, eccomi pronto a verificare le mie capacità alpinistiche. Avevo perfino una imbragatura ! E una vera corda da trenta metri, rossa, che faceva un figurone. Marius, pur di realizzare questa nostra "prima" aveva clamorosamente bigiato un incontro parrocchiale rischiando un cazziatone formato gigante dal curato di San Luca.

Dal passo bisogna risalire il ripido prato, puntando dritti in mezzo alle bastionate calcaree, fino a che due paretine si restringono, si avvicinano, fino a formare un bel camino. A dir la verità il passaggio era noto ai vecchi scarpinatori della zona con un nome meno tecnico e più popolare, forse memoria di una ragazza giovane e molto disponibile. Ecco, vedete, le due pareti si avvicinano fino a chiudersi, e viste dal basso assomigliano in modo straordinario a …. , sì, proprio a quella cosa. Ma io, giovane pollo, non avevo ben capito perché la fessura fosse chiamata con cameratesca complicità "… el bus della carlotta"… Commenti salaci a parte, nella fessura era fresco, c'era una penombra magica, qualche muschio e striature di acque percolate chissà quando e chissà da dove.

A levar la testa in su, la luce. Di fronte, uno squarcio d'azzurro. In basso pascoli e prati e, laggiù in fondo, il tremolare del lago ed i tetti fumosi di Lecco. E dunque su, in opposizione, nell'umido camino, per dieci, venti metri. Le mani ed i ginocchi in aderenza sulla roccia fredda e scura. Poi un altro facile tiro, ed ecco, emergo al sole, come l'adepto emerge in un nuovo piano di conoscenza.

Più in alto un sentiero vero e proprio non c'è, e bisogna aggrapparsi ai ciuffi di erba gialla ed ai magri arbusti, fino a sbucare sulla sommità dei piani di Serrada, balconata magnifica sul Lecchese. Assicuro l'amico entusiasta, gridandogli di salire con un tono un po' più alto del necessario, per far colpo sulle componenti di sesso femminile della comitiva che bivacca sui prati a pochi metri dal sottoscritto. Anche Marius giunge alla luce, e si gode gli ultimi metri.

Riponiamo con cura il materiale: la corda (rossa) i pochi moschettoni (serviti a niente), le imbragature (toste, molto toste) e i caschi. Una biondina del gruppo ci guarda con interesse. Noi facciamo finta di niente, per noi è roba da tutti i giorni salire su e giù per i camini. La tipa guarda per bene il mio casco e mi interpella giuliva: "… ciao, sei anche tu di Novate ? …" Arrossendo come un ladruncolo colto con le mani nella marmellata annuisco, borbottando che è piccolo il mondo. Per la verità a Novate non ci vivevo, ma ci lavoravo. Sul mio casco, plasticaccia di un bell'azzurro intenso, appariva orgoglioso il logo e la sigla della ditta dove facevo il chimico: "I.P.C.".
Capirete, un casco vero, di quelli della cassin, che gli si può applicare anche la luce, costava troppo. E allora, beh, lo prendevo a prestito… dal reparto manutenzione. Avessi avuto maggior presenza di spirito, avrei agganciato la tipa del gruppo al mio moschettone, e mi sarei arrampicato (sui vetri) con una complessa storia di sponsor aziendali alle nostre imprese …. Ma allora gli sponsor erano cosa da svizzeri. Meglio ripiegare discorrendo del tempo, la bella giornata, e dopo la dipartita del gruppone condividere con Marius un pezzettone di cioccolata.

Di bionde ce ne sono tante, mi diceva con grande convinzione. Ma i camini sono roba da uomini.



Marco Simi

Marco Simi, 20/03/2001