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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

IL TALEBANO E LA CROCE

Visto l'interesse per l'argomento, senza voler dare giudizi, vi mando un raccontino che ho scritto tempo fa per la Rivista del CAI di Cervignano. Spero di non annoiarvi...

Incognita
Luigi Incognita
Io ero un talebano.
Uno mica da ridere, integralista al massimo.
Avessi avuto tra le mani un lanciamissili avrei sparato ad alzo zero su croci, statue e targhe cementate sulle montagne. Via, via quelle brutture dai luoghi della purezza e del silenzio!
- Non sono tutti orrori e spesso sono simboli di una devozione sincera! -
- Ma quale devozione, non vi bastano le chiese, io lassù con Dio ci parlo a tu per tu, senza bisogno dei vostri simboli. - In realtà non è che ce l’avessi veramente tutta quella confidenza col Padreterno ma mi piaceva farlo credere.
Ora penso altre cose.
Le vie dei monti sono infinite ed è precorrendo in solitudine alcuni sentieri secondari che la mia intolleranza si è ammorbidita.

Come sulla ferrata del Pizzo d’Erna, sopra Lecco, anni fa.
Tutto era stato facile e divertente fino a quel pensiero improvviso ed assurdo.
“Se sganci ora il moschettone precipiti!”
“Come potrei precipitare da una scala mollando soltanto una mano?”
Credetemi, con qualche centinaio di metri di vuoto sotto i piedi, un imbrago rudimentale ed un moschettone soltanto, la cosa sembrava plausibile, anzi, inevitabile. Eccomi dunque bloccato come un cretino. Di scendere neanche parlarne, per salire bisognava sganciare quel moschettone. Attimi di angoscia: al talebano gli è venuto in mente un pensiero, un po’ per disperazione, un po’ per scaramanzia.
“Madonna mia aiutami tu!”
Proprio così. Lei non si è scomodata, non ce n’era bisogno, io ho chiuso gli occhi, ho respirato a fondo ed ho ripreso il percorso tremando, fino in cima. Superato l’ultimo passaggio, mi sono trovato proprio in faccia ad una di quelle statue cementate che tanto mi infastidivano. L’avevano messa lì, proprio dove si alza lo sguardo dicendo “è fatta!”. Quella statua, col suo sguardo protettivo ed il suo sorriso indulgente, le ha riscattate tutte per me.
- Grazie, Madonnina - ho detto ad alta voce.

Per le croci è andata diversamente, tante mi hanno attirato da lontano, tante me le sono trovate appresso dopo l’ultimo sforzo. Mettere giù lo zaino ed appoggiarci una mano come per una carezza è sempre un bel momento. Abbiamo fatto amicizia pian piano, lassù. In fondo sono pesi per le spalle, simboli di una fatica in cui tutti cerchiamo una sorta di redenzione salendo sui monti.
Una, a pensarci, mi è più cara nel ricordo ed è l’umile croce del Pizzo.
Sta su una montagna stupida, senza neppure un nome vero, il Pizzo e basta, si chiama. Ci sono arrivato camminando nella neve su una cresta che non finiva mai, in una di quelle giornate gelide e terse che l’inverno in montagna sa regalare. Su quel rialzo di erba secca spazzata dal vento c’era un pezzo di legno sghimbescio ed un altro più corto ai suoi piedi. Tutto attorno la bellezza era così sfolgorante, la danza delle cime innevate, la distesa dei laghi in pianura, il blu profondo del cielo, che mi sono sentito in dovere di fare qualcosa. Ho preso il pezzo più corto e l’ho messo al suo posto, ripristinando un’armonia perfetta che aveva solo quel piccolissimo difetto.

Un tempo ero un talebano, ora non più: su un monte stupido c’è una croce tutta mia.




Pierluigi

Pierluigi, 21/10/2005