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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Oggetti misteriosi

i semplici utensili delle baite di montagna ed il loro eterno fascino

Alla vecchia maniera
Fu Alla vecchia maniera
Qualcuno ha calcolato che l’uomo moderno dispone quotidianamente, se ne avesse il bisogno, di un qualche migliaio di attrezzi, utensili, strumenti. Ogni casa che si rispetti deve possedere una batteria di elettrodomestici grandi e piccoli, anche se poi vengono utilizzati meno di una volta al mese.

Alla cà non abbiamo di questi problemi. Portarci la luce? Sono almeno tre chilometri di sentiero. Installare un generatore? Ma no, che quel rumorino continuo disturba, e poi bisogna portare su e giù le taniche del gasolio. Rovinerebbe l’inspirazione frequente e soddisfatta dell’arietta fresca che vien giù filtrata dai boschetti tutt’intorno. Quindi evviva le candele sui candelieri, e per illuminare i pasti serali accontentiamoci di una bella lampada a petrolio, di quelle col vetro e lo stoppino bicolore. Senza la luce elettrica il valore del tempo cambia come per incanto : le sere si allungano, perché cominciano subito dopo il tramonto, e le mattine non sono mai uguali, si attendono per la gioia della luce che invaderà pian piano i prati sopra la ca’, fino ad investirci del tutto.

Già, i candelieri : sulla trave del camino, piano d’appoggio per tante carabattole, l’ospite attento può individuare due o tre oggetti circolari color ottone, grondanti di cera, che sostengono un porta candela di misura rara. Dato che è sempre pieno di piccole colate bisogna svuotarlo ogni volta. Le candele comprate a dozzina dal nostro ferramenta non c’entrano mai, il calibro dev’essere destinato a quelle del tempo che fu. Ma fa parte dei riti della cà scaldare alla fiamma il fondo della candela per farla rammollire, e poi smanacciarla dentro a forza, con piglio virile.

Dal trave emerge un bel chiodone quadrato, conficcato in profondità, al quale è attorcigliata da generazioni una corda bianca che giunge fino al muro accanto. Sulla corda sono appesi, nell’ordine : un mestolo d’alluminio, un forchettone arrugginito, due o tre asciugamani lisi e un po’ sporchi di fuliggine. Altri chiodi nei travetti che sostengono l’assito del piano superiore reggono un paio di forbici spuntate, l’apriscatole, una griglia per abbrustolire la polenta, la roncola vecchia, un seghetto arancione tipo svedese per la legna, moschettoni di ferro, pezzi di catenella, un paio di vecchie lampade.



Nell’angolo a destra, sotto la scaletta quasi verticale che sale verso la botola, ecco la stufa nuova, con la raggiera sul vecchio tubo dipinto a porporina, che ha felicemente asciugato generazioni di calze fumanti. L’appendino accanto alla porta regge un maglione preistorico, l’ombrello nero dal manico di canna, una mantella mezzo bucata. Sul muro sbiancato a calce non manca la stampa di S.Antonio col porcello in primo piano che sembra un rinoceronte, tanto è grosso. Che protegga la cà e ci porti abbondanza, direttamente proporzionale al volume del porcello.

Ma è nel mobiletto di legno che la collezione di modernariato della cà raggiunge i suoi vertici. I piatti in ceramica sono almeno una quindicina, rigorosamente diversi uno dall’altro : la gamma parte da terraglie pugliesi decorate a fiorelloni per elevarsi con le fondine di porcellana bianca. Tre piatti in vetro giallo rammentano al fruitore le antiche raccolte a punti della zia. La posateria comprende numerosi esemplari di coltelli con manico in plastica marrone o rosso, forchette di ottone da due etti l’una, cucchiai in acciaio, ferro, legno. Splendido reperto, nel secondo ripiano giace una grattugia mostruosa, facilmente scambiabile per una vergine di ferro formato mignon. La grattugia sopravvive accanto ad un macinacaffè in legno marca Splendor. Nei cassetti, assieme a chiodi, spaghi, catenacci, albergano strani oggetti misteriosi, in metallo, qualcuno li ha identificati per pressa-cartucce. Ma alla cà nessuno ha mai sparato a qualcosa, forse un paio di petardi qualche Capodanno.

Da almeno dieci anni dico a me stesso : devo portar su un cavatappi nuovo, come Dio comanda. Dopo un compleanno festeggiato in compagnia nel quale una tragica dimenticanza mi ridusse a stappare le povere bottiglie spaccandone il collo e filtrandone il contenuto con un colino di plastica (solo i cosacchi nei film usano la sciabola, e poi quello era champagne...) il Marius aveva detto : ci penso io ! Ma restammo delusi quando estrasse dal taschino, la volta dopo, un attrezzuccio modesto, che serviva a malapena alla bisogna. In realtà ci sono almeno quattro o cinque cosi che in origine erano adatti a stappare, ma dopo lustri di permanenza nei cassettini del tavolo, si sono trasformati in agglomerati metallici misteriosi, che nessuno sa come maneggiare. Meglio lasciarli dove stanno. Quei torciglioni di metallo rugginoso a forma di codino di maiale hanno un che di inquietante.

Non finisce qui. La padella di ferro per le castagne guata in un angolo in attesa di essere messa alla prova. Il fondo, ricco di fori dove si insinua la fiamma, sembra sparato da una rosata di pallettoni di un’arma da cinghiale barbaricina. Sul davanzale poggia un relitto di caffettiera napoletana, impossibile svitarla. Fa molto naif.

Nel soppalco, di sopra, resiste un armadietto a muro smaltato di azzurro, con sopra dipinta una piccola croce rossa. Contiene boccette di mercurocromo quasi del tutto evaporato o spennellato su ginocchi ormai artritici, cerotti sigillati ere geologiche fa, una scatoletta d’acciaio per sterilizzare con l’acqua la siringa in vetro, gli aghi massicci e spuntati con dentro il filino di metallo. Ma è nella cassa di legno a due chiusure che riposano le coperte. Ognuna è un pezzo unico e indimenticabile : quella azzurra pare risalga al viaggio di nozze dello zio. Quelle marroni con il simbolo del CAI vengono da un rifugio che oramai non c’è più. La trapunta (spessa, ma scalda mica tanto) è stata fornita dalla nonna tento tempo fa. Le due chiusure sono assolutamente necessarie, i topolini e gli altri roditori apprezzano la buona lana. Permette di costruire dei nidi fantastici.

Chiude la parata degli oggetti casalinghi il paiolo in rame per la polenta, nerofumo fuori ma ancora lucido dentro, grattato con cura dai rimasugli con la paglietta grossa e la sabbiolina del torrente. Cosa rimane ancora ? Un paio di pentolini per il te, e i due grandi contenitori cilindrici per il sale e lo zucchero, anni ’40. Sono sigillati con attenzione, per paura dell’umidità. E’ assolutamente impossibile distinguerli. Sono identici. Aprirli è una vera impresa, si incastrano meglio di un pistone nel cilindro. Ormai nessuno degli ospiti abitudinari si scandalizza più se intingo con eleganza il ditino nei granelli biancastri. Nella penombra meglio non rischiare… Avete mai provato un the dolcificato al sale ? Io sì, e mi ha rovinato la serata.



Marco Simi

Marco Simi, 10/05/2004