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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Il piccolo Vajont

Dopo averla tanto cercata, finalmente era davanti a me, presenza incongrua in mezzo al bosco. Parlo di lei, la diga.

La Cà
Fu La Cà
Questo raccontino riguarda una porzione di Appennino settentrionale posta al confine tra Piemonte e Liguria.

Un tempo questa zona faceva parte della mitica Selva d’Orba, immane bosco senza confini, popolata da fiere e creature immaginarie. Oggi in parte questa foresta c’è ancora. La tavoletta 82 IV SE dell’Igm contiene una stranezza geografica. Vicino a Olbicella viene rappresentato un lago lungo cinque chilometri, sbarrato da una diga cui segue un alveo a meandri. Ma se vi recate sul posto, non vedrete né il lago, né la diga, e neppure i meandri. Questo perché la carta è stata realizzata nel 1878 e da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.

C’è stato uno dei tanti piccoli disastri italiani dimenticati.
Meno “mediatico” del Vajont, pallido rispetto al Gleno. Catastrofi diverse per numero di vittime, comune solo la forza cieca che cambia la faccia di valli e montagne. Il 15 agosto 1935 il Corriere della Sera uscì con un articolo di prima pagina sul discorso che il Duce aveva tenuto il giorno precedente. Solo in una pagina interna si descriveva succintamente su una colonnina il crollo della diga di Molare, sopra Ovada, con 111 morti… così erano annunciati gli inconvenienti territoriali al tempo del regime. La valle dell’Orba, già allora poco abitata, fu spazzata da un’ondata di fango alta decine di metri che si portò via paesi, persone, animali.

Questa storia lontana ha lasciato profonde ferite nel tessuto connettivo della media valle, il cui spopolamento si è accentuato. E la strada di fondovalle della Val d’Orba è poco battuta, tanto che ancora oggi in parte è sterrata, difficilmente percorribile con la neve. L’ambiente è solitario, anche se le quote sono basse. Una distesa di boschi e boscaglie tra montagna e collina, con rilievi tra i 400 e gli 800 metri, molto pino silvestre, a ricordare che il mare non è poi tanto lontano.

E la diga crollata? Veramente non è crollata del tutto. La struttura comprendeva una diga principale e una secondaria. Nel 1935 il disastro fu causato dal crollo della secondaria, con lo svuotamento del lago, mentre quella principale è ancora intatta, ma oggi sorge in mezzo al nulla. Non vi arriva una strada, non è più neanche vicina al fiume che sbarrava e che ha cambiato corso.

La tentazione di raggiungere il vetusto manufatto diventò sempre più intensa finché in una nevosissima giornata di gennaio decidemmo di andarci veramente. La neve alta aveva trasformato la viabilità locale, già incomprensibile di suo, in un labirinto automobilistico, con nuove sterrate che si sono aggiunte, o sovrapposte, alle vecchie mulattiere indicate sulla tavoletta. Tra molte slittatine e molte inversioni di marcia, alla fine decidiamo di proseguire a piedi. Lasciata l’auto, ci inoltriamo in una Siberia gelida e irriconoscibile, dove i sentieri sono scomparsi sotto mezzo metro di coperta bianca e gli alberi magicamente ingioiellati. Con diverse esitazioni percorriamo un crinale, scendiamo un versante, arriviamo al corso di un torrentello, il Ritano delle Brigne, che attraversiamo su un ponticello di pietra. Qui ci ritroviamo sulla carta: questo era uno dei ponti che al tempo del lago rimase sommerso. Dal nulla davanti a noi emerge il fondo del lago scomparso, oggi un campo innevato sinuoso che in modo surreale ha ancora la forma, le onde, l’impressione del lago. Nevica, la mulattiera segue in costa le pieghe del bosco attraversato dalle impronte di ungulati e piccoli mammiferi, si intuisce un percorso raramente battuto.

Avanziamo lentamente e mi chiedo se questa diga, alla fin fine, esista davvero.

All’improvviso una svolta la rivela, di colpo. E sono pensieri contrastanti quelli che mi avvolgono, dopo averne letto, dopo aver cercato vecchie foto e ritagli di giornale. Com’è alta e imponente. (Infatti è lunga 200 metri e alta 50). E’ nera, possente e terribile. Ma anche inutile, fredda e solitaria. Ci avviciniamo e, non senza qualche acrobazia per scavalcare le recinzioni, ne esploriamo i più intimi recessi. Scaricatori beanti nel vuoto, meccanismi d’apertura delle paratie, canalizzazioni e buchi misteriosi. Bisogna fare attenzione, tutto è ostile e pieno di neve e di ghiaccio, i passaggi sono aperti sull’aria e scivolosi, mancano parapetti e protezioni. Tutta la struttura è intatta. Camminare sul coronamento della diga è un viaggio strano sospesi in alto su questa grande muraglia senza significato che attraversa una valle, tra un lago e un fiume che non ci sono più. L’Orba, in effetti, è un fiume di una certa dimensione. Dov’è finito? Nel giorno del disastro, oltre alla distruzione dello sbarramento secondario, si è portato via il collo del vecchio meandro tagliandosi una via nuova nella roccia. Ma nel vecchio corso abbandonato ci si può inoltrare, con qualche attenzione perché fuori sentiero.

Da qui in avanti finisce la gita per appassionati di archeologia industriale e inizia l’escursione di sapore naturalistico. Il meandro abbandonato - forse l’unico in Italia di queste proporzioni - somiglia al Cirque de Navacelles, nell’altipiano dei Causses, in Francia. Ma in chiave più wilderness. Bello come sulla carta, ellissoidale come da foto aerea. Tagliato fuori dal resto, costellato di stagni gelati. Davanti a noi una fuga di caprioli che corrono veloci a rotta di collo nel folto. Dal punto di vista fotografico e faunistico, il meandro abbandonato dell’Orba è di certo interessante. Anche se noi, oggi, non riusciamo a proseguire per la neve alta… Torniamo all’auto per altre vie, per boschi senza nome, per cascine semicrollanti ancora dotate di una certa oscura dignità.

Ancora oggi prima di dormire qualche volta ripenso alla vecchia diga, ne evoco il profilo geometrico nel buio.


Note e altri percorsi in Val d’Orba.


Molare e Ortiglieto sono i paesi più vicini alla diga, si trovano in Piemonte. Tuttavia se lo scopo è arrivare alla diga è più conveniente arrivare da Rossiglione. In auto è facile perdersi in un dedalo di stradette forestali.
Gli itinerari nel bosco sono poco indicati ed è necessario munirsi di una carta dettagliata. La diga appartiene oggi all’Enel e ne è proibito l’accesso. A chi volesse vedere qualcosa d’altro in zona, segnalerei il ponte e la Badia di Tiglieto, entrambi medioevali.
L’Orba ospita anche il campionato della cerca all’oro fluviale, perché ne è uno dei corsi d’acqua più ricchi, e a Silvano d’Orba c’è il singolare Museo dell’Oro Italiano.
Se si ha tempo, il consiglio è di risalire l’intera valle verso sud fino a sbucare al Passo del Faiallo, in provincia di Savona. Un po’ lungo in auto, ma interessante. Da qui in pochi minuti si sale a piedi al Monte Reixa, e si guarda il mare, mille metri sotto.
Infine, un’avventurina piccolina: andare a cercare il paese abbandonato di Veirera, sede di antichissime vetrerie.



Valentina

Valentina, 01/04/2004