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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

Pareti Nord (ultima parte)

Le impressioni vissute sulla Ciamarella chiedevano di potersi manifestare di nuovo e al più presto.

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Incominciammo a parlare del Gran Paradiso e della sua bella parete nord-ovest: avremmo potuto salirla in occasione della gita del Cai che stavamo organizzando proprio al Vittorio Emanuele. Con il posto prenotato l'idea di dormire comodamente in quel rifugio sempre sovraffollato ci appariva persino allettante. La notte sarebbe stata comunque breve e per godercela tutta andammo a dormire assai presto.

All'una siamo già in piedi, intenti a prepararci una bella colazione. La notte è magica: dietro la cupola ghiacciata del Ciarforon si affaccia lentamente la luna che sale nel cielo e riflette i suoi raggi bianchissimi nell'acqua appena increspata del laghetto del Montcorvé. Intorno si diffonde quella luce strana della notte lunare, col suo tono azzurrino uniforme e le ombre scurissime e nette. Le pile frontali non ci servono affatto e sulla morena procediamo spediti verso la nostra parete. Lontano, ad ovest, il cielo è meno limpido, ma non siamo preoccupati.

Sul ghiacciaio ci immergiamo in una realtà di sogno: alla luce della luna i seracchi hanno riflessi d'azzurro che si perdono nel nero profondo dei crepacci vicini; silenziose incombono sopra di noi, come giganti addormentati, le pareti del Piccolo e del Gran Paradiso e in alto le illumina il riflesso più chiaro della neve che biancheggia di luce metallica. Il cuore sta come in attesa, sospeso sul lento fluttuare dei nostri respiri, timoroso che si rompa l'incanto che lo attornia: vorrei esprimere a Carlo l'emozione che provo, ma la mia voce mi suona un po' strana in quel silenzio che pare d'ovatta.

Incontriamo altre tre cordate che hanno bivaccato presso il Rifugio Chabod, in costruzione da tempo: due sono già impegnate nel superamento della seconda crepaccia. Fin lì non dobbiamo affrontare alcuna difficoltà e procediamo di conserva camminando sulla neve dura e ancora poco inclinata. Il problema è costituito dal labbro superiore del crepaccio, che oppone un muro piuttosto difficile; siamo quindi costretti a spostarci molto a sinistra, lontano dalla direttrice della vetta, dove l'ostacolo si fa più abbordabile. Oltre ci attende una bella parete di ghiaccio vivo alta più di quattrocento metri.

Mentre saliamo sento crescere dentro di me, sempre più vivo, il sentimento della paura. E' una paura che non nasce da me o dal mio procedere, che infatti continua tranquillo e sicuro: è il mondo intorno che si è fatto minaccioso. Ad ovest, nel chiarore del giorno ormai sorto, la perturbazione si è ingrossata e ormai avvolge le cime alle nostre spalle, avanzando molto velocemente; un sasso dall'alto precipita e sibilando sfiora la cordata impegnata poco sotto di noi mentre altri sassi incastrati ancora nel ghiaccio della parete ci rammentano che altri potrebbero staccarsi e cadere. Non avevo mai provato questa paura che nasce dal senso della propria assenza di difese contro la natura che, così dolce sino a qualche ora prima, si rivela terribile: ci si sente in balia degli eventi, mentre si cerca di pensare al da farsi.

Anche se poi, nella tranquilla realtà della propria casa, il ricordo di quei momenti diventa persino piacevole, al momento la cosa migliore fu l'eclissarsi veloce di quella paura: una serie di filate di corda diagonali verso destra ci riporta sulla direttrice della cima, su un magnifico pendio di ghiaccio al sicuro da ogni possibile sorpresa dall'alto, e intanto la perturbazione ci ha raggiunto e ha mostrato il suo vero volto, decisamente meno terribile di quanto potevamo pensare vedendola in lontananza avvolgere le cime e i fianchi delle montagne. Solo nubi e vento ci avvolgono correndo velocissimi lungo la parete e sulle creste: è un gioco fantastico e rapidissimo: immagini di azzurro e di nubi si fanno e disfanno sopra di noi come in un caleidoscopio infinito.

Ora che siamo tranquilli possiamo farci rapire da quel gioco della natura e sentircene una parte, piccola ma viva. L'unico lato negativo, il richiamo alla dura realtà di una nord, sono le folate cariche di cristalli di ghiaccio che talvolta ci investono: la parete sembra allora un'immensa cascata d'acqua spumeggiante o il ponte di una nave battuto dalle ondate del mare e tutto sarebbe anche molto bello se i cristalli di ghiaccio non trovassero il modo di infilarsi nella giacca a vento con effetti assai meno gradevoli.

All'altezza del secondo seracco, verso l'uscita, potremmo spostarci a sinistra, come le cordate che ci precedono, sul pendio che corre vicino alla crestina della via Cretier, ma il ghiaccio di vetro verde-azzurro che si impenna leggermente davanti a noi, proprio vicino al grande seracco, ci attira con la forza irresistibile del suo fascino luccicante. Questo tratto è splendido e ci impegna davvero; rimpiango solo di non aver scattato fotografie, ma le condizioni del tempo mi avevano fatto tenere la macchina nello zaino e a quel punto non era il caso di fare acrobazie per tirarla fuori.

Eppure sarebbe stato bello ritrarre l'immagine di Carlo che sembrava emergere dal ghiaccio, stagliandosi contro il vuoto sottostante, creato per effetto ottico dal cambiamento di pendenza della parete; perché una fotografia non potrà mai ritrarre la profonda sensazione di libertà che in quei momenti si prova, quando l'immagine del tuo compagno si associa nella tua mente a quella di un gabbiano che plana sulle onde del mare o a quella di un'aquila che si libra nel vento; ma pure, quando la rivedi, una fotografia ti aiuta a ricordare, richiamando dal fondo dei tuoi pensieri le sensazioni che giacciono quasi assopite sotto lo strato delle preoccupazioni quotidiane.

Intanto il tempo è ulteriormente mutato e ora le nubi più fitte ci avvolgono costantemente; ci muoviamo come fantasmi lungo l'ultimo tratto di parete verso la cima orami a portata di mano. In vetta non c'è nessuno. Anche noi ci fermiamo pochissimo prima di abbandonarci alla discesa lungo la facilissima via normale, spazzata da un vento freddo e ancora molto forte; qui incontriamo altri alpinisti che scendono e, senza altri problemi che qualche scroscio di pioggia, chiudiamo la nostra giornata.

Poco tempo dopo fu la volta della parete nord-est del Lyskamm orientale. Altissima e possente, non è stata l'ultima delle pareti nord che ho percorso; anche se da allora molte cose sono cambiate, ho continuato e continuo a guardare le pareti innevate con l'occhio appassionato di chi le vuole salire. Nessuna stagione sarà più intensa di quell'estate del 1984, almeno sul ghiaccio, eppure ogni anno faccio e rifaccio programmi e qualche cosa ancora combino, anche di molto bello. Ancora nessuna salita però mi ha dato quello che invece mi ha dato la nord-est del Lyskamm.

Allora, proprio alla fine di quel luglio iniziato alla grande, sul piano dei puri dati tecnici, l'unica differenza che a me e a Carlo sembrava di cogliere tra la nord-ovest del Gran Paradiso e la nord-est del Lyskamm erano "solo" cento metri di dislivello in più. La cosa non ci preoccupava più di tanto perché ci sentivamo allenati e sicuri. Così, in una giornata non precisamente bella, scendiamo dalla seggiovia nei pressi del Col d'Olen e iniziamo a salire verso il Rifugio Gnifetti attraverso il Passo dei Salati, lo Stolemberg, il Colle delle Pisse e il classico percorso lungo il Ghiacciaio di Punta Indren.

A sera le condizioni atmosferiche migliorano decisamente e noi ce ne stiamo un po' al sole, dietro al rifugio, sui massi lisciati che dominano la seraccata del Ghiacciaio del Lys. Una colata di seracchi è sempre una visione particolare, in cui la bellezza di quelle complesse strutture glaciali si mescola all'orrore delle nere voragini dei crepacci e alla musica tetra dei crolli interni che sconvolgono il ventre azzurro del ghiacciaio. Qui la montagna difende i suoi segreti più intimi e mi piace pensare che ci siano luoghi, così vicini e insieme così lontani, dove gli uomini non potranno mai giungere. Finché rimarranno spazi di mistero, rimarranno spazi per l'avventura e spazi di felicità; quando tutto sarà segnato, sistemato, attrezzato, imbrigliato dai cavi delle seggiovie e delle funivie, raggiunto da strade, da rifugi, da alberghi, potremo buttare in un fiume la chiave che apriva il cassetto segreto della nostra fantasia.

Lasciamo il rifugio prestissimo nella notte e ci incamminiamo lungo la pista che sale al Colle del Lys illuminata dalle pile frontali. Il buio è profondissimo, il cielo è pieno di stelle: siamo da soli, su questo grande ghiacciaio, ad attraversare il silenzio scuro della notte. Anche questo avvicinamento ha il suo fascino indimenticabile: il mondo ci si offre nella sua dimensione meno consueta, pieno di mistero, di ombre dense e lunghe, di incertezze.

Quando raggiungiamo il colle, la luce del giorno ha appena iniziato a disegnare il profilo delle cime del Rosa, ma più lontano, verso i Lyskamm, buio e silenzio ancora dominano il mondo. Pensavamo di vedere la luce delle pile di qualche cordata proveniente dalla Svizzera, ma non si vede proprio nessuno. Ora ci sentiamo davvero da soli, quasi persi in un universo di ghiaccio, e la parete nord-est del Lyskamm ci appare immensa, sproporzionata: abbiamo per una attimo la percezione esatta della dimensione dell'uomo, quella dimensione che le metropoli in cui ci ammassiamo vivendo uno addosso all'altro ci fanno purtroppo dimenticare.

Così ci dimentichiamo anche che la terra è una grande madre, che l'oceano è un padre infinito: se abbiamo perso questa visione delle cose, non possiamo stupirci di fronte alla distruzione che stiamo operando ai danni della natura.

Aggiriamo alcuni grossi crepacci sotto il Colle del Lys e scendiamo lungo il ghiacciaio di Grenz, raggiungendo la base della parete che costeggiamo fino a trovare un punto in cui superare la crepaccia terminale. Quando lo troviamo non esitiamo ad approfittarne e balziamo oltre, iniziando a salire verso destra per andare a prendere la giusta linea di salita della via Welzenbach. La pendenza è subito sostenuta, ma la superficie della parete è di neve dura per cui possiamo procedere veloci.

La cosa non dura molto e presto ci troviamo impegnati su ghiaccio lucidissimo e duro. Sopra di noi incombono seracchi enormi e minacciosi; più in basso la superficie del ghiacciaio è cosparsa di blocchi di ghiaccio precipitati dall'alto: scopriamo con ben poca gioia di essere proprio sulla traiettoria di eventuali scariche; avremmo dovuto attaccare più a destra, ma ormai il gioco è fatto e dobbiamo accettarne le conseguenze: procediamo il più velocemente possibile, ma non possiamo rinunciare alla sicurezza di un rinvio intermedio e di una sosta ben allestita. Il sole investe la parete e illumina i grandi seracchi: così candidi sono persino molto belli, ma anche più pericolosi. Finalmente però, ad un terzo della salita, raggiungiamo il pendio della via Welzenbach e possiamo tirare un sospiro di sollievo.

Quando ricominciamo a salire constatiamo che il terreno è mutato: il ghiaccio è meno duro e talvolta c'è anche la neve; la progressione ne risulta facilitata e ciò sarà davvero la nostra fortuna perché, ce ne accorgeremo bene alla fine, se la parete fosse stata tutta dannatamente di ghiaccio durissimo come all'inizio i problemi per noi sarebbero divenuti alquanto seri. Comunque questa parte mediana della salita ci offre momenti bellissimi: sopra di noi il compagno che guida si staglia contro il cielo di un blu intenso e profondo, lungo uno scivolo di neve che pare un’immensa scala gettata tra la terra e l'altezza infinita; intorno a noi, ormai non più minacciosi, i seracchi e le rocce brillano al sole; sotto, la parete si apre nella sua grandiosa e selvaggia bellezza, sprofondando nel ghiacciaio ancora immerso nel buio.

Allora ho sentito che quella parete aveva un respiro, un lento e solenne respiro; ho sentito che quella montagna aveva un'anima e un pensiero; e ho capito che quel pensiero non poteva essere né buono né cattivo: la parete viveva nell'eterna e immobile indifferenza, come gli dei di Epicuro.

Noi passavamo piccoli piccoli dentro quell'indifferenza infinita: non avremmo vinto nessuna parete, perché la parete non stava combattendo contro di noi, perché la parete sarebbe rimasta nella sua imperturbabilità anche dopo il nostro passaggio. Se c'era qualcosa da vincere era dentro di noi, ed era la nostra debolezza, o la stanchezza, che cresceva ad ogni tiro di corda dominando ogni fibra del corpo, insinuandogli il desiderio vago di fermarsi, di dire basta a quella fatica sempre crescente.

Oltre l'ultimo seracco constatiamo che, purtroppo, le nostre previsioni sulla distanza che ci separa dalla cima erano troppo ottimistiche: dovremo ancora salire diversi tiri di corda resi faticosissimi e un po' insicuri dalle condizioni del manto nevoso, che a tratti è molle e cedevole. Sulla vetta arriviamo stanchissimi davvero. Non mi sentivo affatto un vincitore: là sotto il gigante immenso di ghiaccio si faceva accarezzare dal sole caldo del giorno; avrebbe anche potuto inghiottirci, assorbirci: eravamo stati suoi, dentro di lui, immersi nel suo infinito respiro.

Eravamo scesi nel suo grande cuore, quasi scivolando sul pendio ripido della nostra debolezza di uomini. Non avevamo vinto: avevamo solo trovato la forza di fare quel passaggio attraverso il cuore ghiacciato della montagna senza scivolare fino in fondo al pendio della nostra stanchezza.

Quella sera non saremmo riusciti a tornare in tempo al Gabiet per l'ultima corsa della cabinovia e così siamo rimasti al Rifugio Gnifetti. Di notte il maltempo raggiunge il gruppo del Monte Rosa e al mattino nevica; un forte acquazzone ci accompagna in parte durante la discesa e tutto, intorno, mi sembra più grande.

Queste montagne mi hanno colpito proprio per la loro grandiosità e intanto mi hanno aiutato a pensare. Mi sono chiesto poi se le mie riflessioni non fossero solo il frutto della fatica e della paura provata sotto i grandi seracchi. Forse più forti e più allenati saremmo passati veloci e indifferenti e in vetta ci saremmo sentiti i vincitori della nord dei Lyskamm.

Eppure io non credo alla morale dei vincitori: i superuomini non esistono, sono solo la maschera di un'illusione di potenza superficiale e cieca. Ci sono solo uomini aperti all'avventura, certamente più forti, molto più forti di me e dei miei amici; e ci dovrebbero essere solo uomini coscienti del loro posto e della loro dimensione nell'organismo infinito del mondo, uomini senza presunzioni, uomini pieni di amore e disponibili ad immergersi nel gioco dell'universo per conoscersi meglio e per essere pienamente se stessi.

Tornato dai Lyskamm sono salito con mia moglie e alcuni amici al Pian di Verra e al Lago Blu. L'aria era limpidissima, il cielo terso e il sole, passata rapidamente la perturbazione, scaldava dolcemente l'atmosfera; ero molto contento e, mentre gli altri si riposavano sulle sponde del laghetto, sono salito quasi di corsa sul filo della morena fino al Ghiacciaio di Verra. Forse un poco di vento o forse l'affanno per la salita troppo veloce mi spingevano una lacrima agli occhi, ma dentro mi sentivo davvero un poco commosso.

Intorno a me grandi montagne di neve e di roccia disegnavano i loro profili contro l'azzurro intenso del cielo; il ghiacciaio si spezzava in vaste fiumane di seracchi che si immergevano nel solco profondo della morena; in fondo il torrente rombava lattiginoso prima di scivolare più tranquillo tra il verde chiaro del Pian di Verra; la perla cerulea del Lago Blu spiccava lucente tra il grigio opaco dei residui morenici in cui è incastonata; più lontano, oltre il profilo di alberi che chiude il pianoro, la valle si allungava rigogliosa di pinete e di prati; all'orizzonte qualche gioco di nubi rompeva la limpidezza del cielo sopra indistinte fughe di monti verso la pianura.

Dentro di me ho sentito di amare quel mondo così sorridente; eppure capivo perfettamente che quel sentimento, che in fondo era gioia e felicità, aveva in sé qualcosa di malinconico e una vena profonda di nostalgia.

Ho ripensato ad un mattino nel Parco del Gran Paradiso; era l'alba e me ne andavo da solo verso il laghetto del Loson; nell'ombra ho intravisto alcuni giovani camosci pascolare tranquilli e mi sono nascosto. Poi è sorto il sole e nella luce dorata e appena tiepida i giovani animali hanno sospeso il loro brucare, alzando lo sguardo verso l'astro che li inondava di vita.

Ho capito allora che esiste qualcosa come un'armonia e che ogni cosa ed ogni animale ci vivono dentro immersi in modo totale. E ora so che la mia nostalgia è nostalgia di quel tutto che vive e che palpita intorno, ma col quale solo talvolta riesco ad entrare in sintonia: ho nostalgia dell'incoscienza che vibra nelle ali della farfalla, nel pascolo del camoscio, nel canto degli uccelli.

Vorrei poter guardare il sole sorgere dietro al monte ed essere felice solo per questo; vorrei sentire tutta la magia di un raggio di luna nel folto del bosco e vibrare di amoroso tremore; vorrei poter ascoltare il sussurro del vento tra le cime degli alberi e sentire anch'io la dolcezza del naufragio nel mare vasto dell'essere; vorrei dimenticare la mia contingenza, il mio essere qui ed ora, gettato tra la vita e la morte, vorrei dimenticare il mio destino di individuo mortale.

Ma sono un uomo e sono costretto a pensare: ho coscienza di me, dei miei limiti, del mio nascere e del mio morire. Ma sono un uomo e sono costretto a scegliere, a sopportare il peso delle mie scelte, a incamminarmi lungo strade spesso nuove e di cui non scorgo che a malapena un tratto. Non ho il dono dell'incoscienza e continuo a farmi domande, a trovare riposte che non placano mai la sete del mio chiedere.

Così continuo ad andare in montagna inseguendo il sogno di una risposta che mi dia la quiete, lasciandomi dolcemente cullare dall'illusione di trovarla, fermandomi talvolta amareggiato a considerare che, forse, non la potremo mai stringere con sicurezza tra le mani.



Achille

Achille, 09/01/2003