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Ultima Thule. Il Luogo Ideale della mitologia, il punto più lontano, la meta di ogni viaggio. Come lo Shangri-la delle popolazioni Himalayane o la Valle Perduta dei Walser. Potrebbe essere anche solo la collina dietro casa. Ma per ognuno è il luogo dove si desidera tornare.
Noi veniamo di lì: thuler.

‘Rapito’ in Garfagnana

Una serata tra gli artigiani del bosco.

Vallone della Balma
Gnando Vallone della Balma
Coda serale in autostrada, e ancora 300 km che mi separano da casa. Una situazione fin troppo nota della mia quotidianità. No, non faccio il camionista, ma la mia professione mi porta spesso un po’ ovunque, attraverso strade sempre più affollate da una comunità di uomini uniformi, stancamente in coda ed isolati dentro le loro moderne carrozze.

Questa sera non mi va proprio di accodarmi, e poi, ho pure fame. Così senza indugio prendo la prima uscita dell’autostrada senza particolari programmi di sorta: solo l’idea di mangiare un boccone per poi riprendere più tardi il viaggio, evitando il traffico delle 19.00

Dopo qualche minuto l’auto sta già attraversando un fitto ed oscuro bosco. Spesso mi capita che la direzione presa dalla macchina non sia sempre determinata dalla mia volontà razionale. Infatti ad ogni bivio non conosciuto spesso l’inconscio prevale e mi indirizza per una data strada ancor prima che la ragione elabori mentalmente una decisione basata si carte topografiche e distanze chilometriche. So di certo che il mio inconscio è boschivo e montano, perché tutte le volte che esso predomina quando sono al volante, mi ritrovo su strade irte, scoscese, pericolanti e immerse in una natura selvaggia, indipendentemente dalla meta.

Lascio quindi fare all’inconscio procedendo come ipnotizzato lungo un percorso tortuoso nel bosco, finché appare una piccola locanda illuminata. Una flebile luce illumina il portone di ingresso, mentre più avanti posa le fondamenta una splendida Pieve romanica con annesso un piccolo cimitero di campagna.

Una folla di commensali si accalca all’ingresso per salutare l’ostessa, che ricambia con calorosissimi abbracci: sono sicuramente amici di vecchia data. Mi faccio spazio tra di loro avanzando verso l’ostessa sorridente, bramoso solo di un pezzo di pane, ma questa riserva un bacio di benvenuto anche per me, scambiandomi per qualche conoscente non meglio identificato. “Scusami tanto, – avverto – ma probabilmente io non c’entro con questo gruppo di persone”. Lei pronta ribatte: “Beh, se sei qui sicuramente per qualche motivo c’entri, non credi?”, e prima che possa rispondere in qualsiasi modo mi ritrovo in mano un calice pieno di vino rosso, peraltro ottimo.

“Oggi il mio locale è chiuso, – prosegue Soledad, l’ostessa – sto dando una festa con amici che conosco da una vita. Se vuoi rimanere sei il benvenuto”. Impossibile rifiutare. Salumi, formaggi e vino sono sparsi ovunque, ed io ho in corpo solo il caffè di stamattina. Soledad richiama l’attenzione: “Amici, lui si chiama Giovanni e viene da Milano, e stasera è dei nostri”. Questo è il mio biglietto da visita di fronte ad un gruppo di circa cinquanta persone di età mista tra 20 e 70 anni. Immediatamente mi sento attratto da tutta questa gente: senza sapere ancora niente su di loro percepisco quanto siano persone speciali nella loro semplicità e ho il desiderio impellente di assorbire e conoscere attraverso i loro racconti tutto ciò che i loro sguardi genuini esprimono già fin d’ora sul loro modo di essere.

Mi immergo tra di loro. E scopro subito di ritrovarmi in un universo di amici e parenti artigiani, legati di generazione in generazione da tradizioni secolari non minimamente scalfite dalla modernità che li circonda: questa è una vera e propria piccola comunità di semplici artisti e restauratori, falegnami e intagliatori, doratori e decoratori, ognuno con il proprio piccolo laboratorio, ognuno con la sua storia da tramandare ai figli. Quasi non mi capacito di come a circa un chilometro di distanza ci sia il fervore del mondo moderno e che in questo bosco invece tutto sembri così cristallizzato. Ho una voglia incredibile di parlare con tutti.

E’ Laura la donna che si prende cura di presentarmi a molti dei personaggi presenti. Primi fra tutti il suo primo e il suo secondo marito, probabilmente entrambi dello stesso paese; la sequenza dei mariti non mi è tuttora chiara, data l’intimità di lei con entrambi. Poi c’è il Papa, che deve essere il più anziano, visto che è sempre sulla bocca di tutti come punto di riferimento: il suo volto è senza età, il suo sguardo eternamente compiaciuto; porta l’orecchino. Raffaella restaura opere d’arte su carta, solo ed esclusivamente su carta; il suo racconto mi affascina a tal punto che gli altri commensali mi passano di fianco per raccomandarmi: “Stai attento a questa, che gli uomini se li mangia”. A me non sembra. Vedo però nei suoi occhi, come in quelli degli altri, (tranne quelli del Papa, che si è addormentato su una sedia) una luce particolare che non vedevo da tempo brillare negli occhi stanchi dei miei concittadini di pianura.

Soledad mi interrompe ficcandomi in mano un piatto di zuppa di farro e fagioli, ordinando di servirmi abbondantemente e di provare “l’olio buono del frantoio” che è a dir poco di un’indescrivibile bontà. E’ un bene che butti giù qualcosa da mangiare: il vino a stomaco vuoto forse sta iniziando a farmi percepire luci strane negli occhi dei commensali.

Una donna vestita in mimetica militare tiene banco parlando dei suoi viaggi in giro per il mondo e affascinando gli amici, mentre l’aroma denso della zuppa si diffonde nell’ambiente. A dire il vero sono almeno tre le donne che vestono con pantaloni mimetici. Il particolare mi porta a fare una panoramica dell’abbigliamento di tutti: un tripudio di stivali da pescatore, gonne di velluto, e camice a quadri. Pochissime le persone che vestono con stile più cittadino: un paio di donne (una delle due mi sorride mostrando un buco al posto di un incisivo), e un solo uomo, Johnny, che è in giacca e cravatta. Ma Johnny non conta perché è un conclamato professionista: unico non artigiano che ha fatto carriera da commercialista. E’ elegante, ha un’aria molto seria, ed è amato da tutti. Di lì a poco si sarebbe messo a parlare alla macchinetta del caffè espresso, abbracciandola.

Il clima si ravviva, quando arriva il Pizza, vero artigiano del legno, ben piazzato, 45 anni portati con fierezza, sguardo di chi sa vivere e non sopravvivere. Mi accoglie con una potente pacca sulla spalla, ritenendomi la persona più fortunata del mondo ad essere tra loro questa sera. A ragion veduta. Mi trovo poi rapito da una giovane signora corpulenta, che mi prende in disparte e mi narra della sua disperazione personale. Non capisco a cosa si riferisca, ma i suoi occhi azzurrissimi fanno trasparire tutt’altro che disperazione. Il vino continua a scendere copioso.

Gigi fa il doratore: gli angioletti delle chiese della provincia si beano di essere stati scolpiti dalle ruvide mani del Pizza e ornati da qualche altra mano più delicata. Ed è proprio questo argomento che mi fa ritrovare dopo qualche minuto sul terrazzo del locale, con Pizza e Johnny, rapito dai discorsi sull’arte di lavorare il legno. Le mani nodose del Pizza che volteggiano in aria disegnando le figure lavorate e scolpite parlano da sole: mani abili e creative, mani rovinate e temprate dal contatto con la materia, mani che imprimono forme e ricevono energie dalla terra. Mani ferite e tagliate, come quelle di tutti gli artigiani che lavorano con i propri attrezzi del mestiere: “Chi non ci ha lasciato almeno un pezzo di dito – sentenzia il Pizza – non è dei nostri”.

Quando scendo dalla terrazza il clima del locale si è scaldato ancora di più, merito delle grappe che stanno circolando. Laura ora parla con il suo primo marito, dato che il secondo è temporaneamente fuori uso, intento a sproloquiare. Ha appena sottratto la cravatta a Johnny, annodandosela sopra il maglione, ma sotto la camicia. Il Papa dorme sempre, ma ora ha cambiato sedia. Sua moglie racconta storie d’altri tempi, di quando una sola corriera alla settimana “che ‘lla pareva ‘na supposta” attraversava il suo paese, che ora è diventato una ‘metropoli’. Ovviamente chiede sempre conferma al marito dormiente. Soledad mi sorride, sorpresa di vedermi attardare ancora qui, tra gli ultimi rimasti. Non ho parole per ringraziare degnamente. L’uomo dai capelli di stoppa attacca a cantare ed il locale si avvia alla chiusura.

Sono passate più di 6 ore dal mio ingresso ed è notte fonda. Sotto il cielo limpido e stellato e di fronte ai lumini del piccolo cimitero scorrono le immagini impalpabili della serata e il vero ‘segno’ distintivo delle persone conosciute stasera: lo sguardo vivido, la volitiva gestualità, il fermo timbro della voce, la solida fisionomia di queste persone, che pur nella loro apertamente manifestata “noia della routine di paese” hanno parecchio da insegnare al frenetico uomo di città.

Torno sulla mia strada verso casa, sgombra ora da code, solcata da auto moderne, finemente accessoriate, collegate al mondo esterno da tutti i più tecnologici mezzi di comunicazione, satellitari e non. Sfrecciano rapidissime a quest’ora della notte, ben oltre i limiti di velocità consentiti, perché il tempo è sempre poco e pochi sono coloro che possono concedersi il lusso di rubare un solo minuto a loro stessi.

Domani questa serata mi sembrerà solo un sogno.



Itaka

Itaka, 15/12/2002